L O A D I N G

«Misericordia è la parola più grande che si possa dire»

Novembre 13, 2016
indovinos

di mons. Luigi Giussani

Quel che ho visto in questi mesi, un po’ pesanti, è che Gesù è veramente il Signore dell’uomo che lo segue, Signore mio.   
San Pietro, san Giovanni e sant’Andrea, duemila anni fa, andando a casa a trovare le mogli, i familiari, certe volte dicevano: «Quel signore là, quella persona che io seguo è il mio Signore». Così, in tutti questi mesi Tu mi hai mortificato perché io facessi diventare sempre più vera la parola «Gesù mio», «Signore mio». Perché se il Signore non fosse mio, non sarebbe più di nessuno.

 Questo richiamo mi ha fatto finire a ripensare e rivedere una formula che i bambini di Fatima hanno chiesto ai nostri Rosari. «Gesù mio» dice la loro preghiera, «Gesù mio, perdona le nostre colpe». Vale a dire, quei bambini erano consapevoli – fino al punto in cui Dio li illuminava – della situazione mortale in cui sta l’umanità. E tutti i nostri desideri infranti e tutte le nostre attese, lecite e giuste, ma stroncate. La terra dell’uomo è una terra di persone che se guardassero a tutti i giorni della loro vita, dovrebbero sentirsi sopraffatte dalle colpe, dal bruciore delle cose che sono fatte durante la giornata. Le mie colpe; perché la colpa, come accennato poco fa da chi vi parlava, la colpa è non usare veramente di quel che accade, non usare secondo la verità di quel che accade. Ora, Cristo risorto da morte accade tutti i momenti della nostra vita. Non c’è nessun vuoto per chi veramente intenda quello che Dio vuole da lui. «Perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco eterno». Il problema della nostra vita è che la malizia di questa colpa, di questa bugia, di questo afferrare le cose non secondo la loro natura, sono gli atteggiamenti gettati nella pletora dei termini comuni. Il De profundis lo dice bene: chi potrà sussistere davanti a Te, o Signore, chi potrà resistere davanti a Te, sotto il peso delle nostre colpe, sotto il peso di questa incapacità e impossibilità dell’uomo a farsi degno a operare uno sforzo di degnità di fronte a Dio? Se tu guardi l’uomo, dice un altro salmo, non c’è un momento salvabile, nessun uomo è sereno, può essere sereno, ridiventare sereno.   

«Preservaci dal fuoco dell’inferno», vale a dire, che la nostra vita non sia vissuta secondo la tristezza che il peccato genera. È per peccato l’imprudenza o l’incapacità a essere sempre più veri, più aderenti alla natura dell’atto che Dio ci dà. Perché l’atto ci viene da Dio, la forza ci viene dallo Spirito. Ma lo Spirito, se non è invocato e non è ospitato, non ce la può dare questa forza.     

«Preservaci dal fuoco dell’inferno e porta in cielo tutte le nostre anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia». In questa giaculatoria, in questa frase finale di ogni pezzo, decina del Rosario si compie tutta la realtà cristiana. «Preservaci dal fuoco dell’inferno e porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia». Ma chi sono le anime che sono più bisognose della sua misericordia? Quelle che sono più lontane da Cristo, quelle che sono più penosamente e sempre presenti al male. La linea dei salmi che gridano angoscia e aiuto è proprio quella di chi ha sbagliato, di chi non ama e non teme Dio, lontano, non ama Dio, non ha amato Dio, non ha temuto Dio. Misericordia è la parola più grande che si possa dire e mentre dico il Rosario, questa parola – misericordia – mi è sempre accanto, sempre mi spiega tutto quello che avviene. Io non volevo dire queste cose, ma solo: «Ciao, saluti, arrivederci!». E, invece, quando Cristo ha preso un po’ la nostra coscienza e la nostra mente, c’è sempre tutto da ridire, c’è sempre tutto da riscoprire. Volevo semplicemente raccomandarvi di usare una giaculatoria che in questi mesi mi ha fatto del bene. (Messaggio finale al “Meeting per l’amicizia tra i popoli”, 26/08/2001)

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