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La Chiesa da ricostruire, la santità da imparare | Settimanale 18 ottobre 2026

La visita dell’Arcivescovo Mario Delpini, sabato scorso, alla nostra parrocchia si è inserita in un cammino di ricostruzione ancora aperto, dopo i danni provocati dall’esondazione. Molto è stato fatto, ma restano sfide importanti, a cominciare dalla ricostruzione della Sala Gianna Beretta Molla. La sua presenza, tuttavia, ha richiamato un significato che va oltre il recupero degli ambienti: il legame di una comunità con la Chiesa diocesana e la forza di una comunione che sostiene e accompagna la ripartenza.

 

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Nella festa della Dedicazione della Chiesa cattedrale, il Vangelo di Matteo racconta Gesù che entra nel tempio, ne rovescia le logiche e restituisce alla casa di Dio la sua verità: un luogo in cui i ciechi e gli storpi si avvicinano a lui e vengono guariti, mentre i bambini lo acclamano. Non è il tempio in sé a essere messo in discussione, ma l’idea che la sua sacralità possa prescindere dalle persone. La casa di Dio ritrova la propria verità quando diventa luogo di incontro, di guarigione e di accoglienza, soprattutto per chi porta le ferite della vita.

La cattedrale è il segno visibile della Chiesa diocesana che si raccoglie intorno al proprio Vescovo. Non una somma di parrocchie autonome, né una struttura amministrativa, ma una comunione di comunità chiamate a riconoscersi parte di un’unica missione. La presenza dell’Arcivescovo a San Dionigi rende concreta questa appartenenza: la Chiesa che è a Milano si fa vicina a una comunità ferita, ne guarda le fatiche e ne sostiene la ripartenza.

Il cardinale Carlo Maria Martini chiamava il Duomo di Milano «una montagna di marmo». La sua imponenza e le sue innumerevoli statue di santi ci consegnano una domanda tutt’altro che ornamentale: a che cosa serve una cattedrale, se non a ricordare che la Chiesa è chiamata a generare santità? Non una santità riservata a figure eccezionali, scolpite nella pietra, ma quella che prende forma nella vita quotidiana: nella cura dei più fragili, nella forza della preghiera, nell’educazione dei ragazzi, nell’accoglienza, nella capacità di ricominciare insieme.

Dopo l’esondazione, abbiamo dovuto ricostruire muri, impianti e ambienti. Ma la ricostruzione più importante riguarda ciò che accade dentro questi spazi: le relazioni che vi maturano, la carità che vi prende forma, la fede che diventa servizio. Una comunità cristiana non si misura soltanto da ciò che riesce a riparare, ma dalla vita che sa generare.

Ricostruire gli ambienti è necessario, perché le persone hanno bisogno di luoghi in cui incontrarsi, crescere, pregare e sperimentare la solidarietà. Ma questi luoghi acquistano il loro significato più profondo quando diventano spazi in cui ciascuno può scoprire di essere atteso, accolto e chiamato a una vita più grande.

È qui che si misura anche la vocazione alla santità. Non consiste nel diventare persone senza difetti, né nel compiere gesti straordinari, ma nel lasciare che il Vangelo trasformi il modo di abitare il mondo, di attraversare le prove, di trattare gli altri.

Come ha ricordato l’Arcivescovo Delpini, i santi non sono persone perfette: sono uomini e donne che, anche nella sofferenza, non rinunciano alla speranza, non restituiscono il male ricevuto e continuano a costruire pace e giustizia. La santità prende forma in questa fedeltà quotidiana, spesso nascosta, che impedisce alle ferite di diventare risentimento e alle difficoltà di spegnere la fiducia.

Le pietre possono essere restituite al loro posto. La santità, invece, va imparata ogni giorno: lasciando che Cristo dia forma alle nostre relazioni, alle nostre scelte e alla vita della comunità. Anche una parrocchia ferita dall’acqua può diventare così un luogo in cui non si ricostruiscono soltanto gli ambienti, ma si impara nuovamente a essere Chiesa.

Il vostro Parroco,

don Giovanni

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