La festa di Tutti i Santi ci mette davanti a una domanda che riguarda anche il nostro tempo: che cosa tiene insieme una folla? La paura, l’indignazione, il bisogno di riconoscersi contro qualcuno? Oppure una bellezza capace di aprire la vita a qualcosa di più grande?
Ci sono folle che riempiono le piazze, attraversano le strade, si raccolgono attorno a un evento. E ci sono folle che si formano improvvisamente, trascinate da un’emozione che diventa contagiosa, da una rabbia che cerca uno sfogo, dal desiderio di esserci là dove tutti sembrano esserci. La cronaca italiana di questi giorni ci ha riportato davanti all’ambivalenza della folla: la forza di una moltitudine può dare voce a un bisogno di giustizia e di appartenenza, ma può anche smarrire il senso della responsabilità individuale, fino a rendere possibile ciò che nessuno, forse, avrebbe compiuto da solo.
La folla non è buona o cattiva in sé. È una possibilità umana, che rivela qualcosa di noi. Stare insieme può amplificare il coraggio, la solidarietà, la disponibilità a soccorrere; può però anche indebolire il giudizio, alimentare l’aggressività, trasformare gli altri in bersagli. Quando il numero diventa una giustificazione, quando ci si sente assolti perché si è in tanti, la persona rischia di scomparire dentro la massa. E con lei scompare anche la responsabilità di ciò che si fa.
La domanda, allora, non è soltanto che cosa accade nelle nostre piazze, ma quale legame cerchiamo quando desideriamo essere parte di una folla. Abbiamo bisogno degli altri, di sentirci riconosciuti, di partecipare a qualcosa che ci supera. Ma non ogni forma di appartenenza ci rende più umani. Ci sono legami che si costruiscono contro qualcuno e altri che ci aiutano a diventare più pienamente noi stessi.
La festa di Tutti i Santi ci consegna un’immagine sorprendente proprio perché parla di una folla. Il libro dell’Apocalisse descrive una moltitudine immensa, che nessuno può contare, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Non è una massa indistinta. È una comunione nella quale ogni volto conserva la propria storia, ogni esistenza porta con sé una vicenda irripetibile. Quella folla non è tenuta insieme da un nemico comune, da uno slogan o dall’ebbrezza di un momento. È raccolta davanti a Dio.
La differenza è decisiva. Nella folla dei santi non si perde l’identità personale: la si ritrova. Nessuno deve assomigliare a tutti gli altri per essere accolto; nessuno deve rinunciare alla propria storia per entrare nella comunione. Ciò che unisce non è la cancellazione delle differenze, ma una bellezza che le attraversa e le compone.
È questa la provocazione cristiana di Ognissanti: immaginare una moltitudine di persone tenute insieme dalla bellezza. Non la bellezza di chi si considera migliore degli altri, né quella di esistenze senza incrinature, ma la bellezza che nasce quando una vita si lascia raggiungere da Dio e, attraverso questa relazione, diventa capace di amare. I santi non sono persone riuscite secondo i criteri del mondo. Sono uomini e donne che hanno permesso a una Presenza di trasformare il loro modo di stare al mondo.
Le Beatitudini, proclamate da Gesù nel Vangelo di oggi, descrivono questa trasformazione. Beati i poveri in spirito, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, gli operatori di pace. È un ritratto che contrasta con molti modelli di successo e di forza oggi dominanti. La mitezza non fa notizia quanto la prepotenza; la fedeltà quotidiana non raccoglie l’attenzione riservata agli eccessi; la misericordia non produce il clamore di una condanna. Eppure sono queste le disposizioni interiori che rendono possibile una convivenza diversa, perché impediscono di ridurre l’altro a un ostacolo, un rivale o un nemico.
I santi appartengono a questa storia spesso silenziosa. Forse ne abbiamo accanto qualcuno senza saperlo: una madre che continua a custodire la propria famiglia nella fatica, un collega che non rinuncia all’onestà quando sarebbe più conveniente farlo, un giovane che lotta per non lasciarsi trascinare dal cinismo, un sacerdote che continua ad annunciare il Vangelo anche quando incontra indifferenza. Nessuno di loro è necessariamente al riparo dalla fragilità. La santità non consiste nel non cadere mai, ma nel non considerare la caduta l’ultima parola sulla propria vita; nel lasciarsi rialzare e ricominciare, imparando a ricevere da Dio quella misericordia che si diventa poi capaci di offrire agli altri.
La relazione con Dio non allontana dalla realtà: cambia il modo di abitarla. Non sottrae alla responsabilità personale, ma la rende più profonda. Non ci consegna un’identità da esibire, ma ci libera dalla necessità di affermarci continuamente contro qualcuno. Chi scopre di essere amato non ha più bisogno di cercare negli altri un nemico per sentirsi qualcuno.
È forse questo il tratto più attuale della festa di Tutti i Santi. In un tempo in cui le moltitudini possono aggregarsi in pochi istanti, attraverso uno schermo o nelle strade, abbiamo bisogno di domandarci non soltanto che cosa ci mobilita, ma che cosa ci rende capaci di riconoscerci reciprocamente come persone. Una società non si tiene insieme soltanto con le regole, per quanto necessarie, né con la paura delle conseguenze. Ha bisogno di legami, di ragioni condivise, di una bellezza che susciti il desiderio di custodire ciò che appartiene a tutti.
La folla dell’Apocalisse indica una possibilità che il Vangelo affida alla storia. Non è un’umanità perfetta, sottratta alle contraddizioni del mondo, ma un’umanità riconciliata in Dio, nella quale la diversità non diventa una minaccia e la forza non si misura sulla capacità di prevalere. È una comunione che comincia ogni volta che qualcuno rinuncia a umiliare, sceglie di comprendere, si fa vicino a chi è rimasto indietro, compie il bene senza chiedere riconoscimenti.
Oggi celebriamo tutti i santi, anche quelli di cui non conosceremo mai il nome. La loro moltitudine ci ricorda che la bellezza più grande non è quella che attira gli sguardi su di sé, ma quella che rende la vita di ciascuno un dono per gli altri. E forse la domanda da portare con noi è proprio questa: quale bellezza stiamo contribuendo a generare con il nostro modo di vivere, di parlare, di stare insieme?
Signore, insegnaci a riconoscere la bellezza che viene da te. Fa’ che le nostre vite, diverse e fragili, possano diventare parte di quella moltitudine che non si raduna contro qualcuno, ma si raccoglie attorno a te. E che, attraverso di noi, le Beatitudini continuino a prendere corpo nel mondo.
Il vostro Parroco, don Giovanni