La festa dell’Esaltazione della Santa Croce nasce da una lunga tradizione liturgica che si sviluppa prima in Oriente, poi in Occidente, e che è strettamente legata agli avvenimenti storici della prima età cristiana. L’origine di questa festa liturgica trova il suo focus a Gerusalemme nelle due basiliche costantiniane (l’Anastasis e il Martyrion) che furono erette sui luoghi della sepoltura e del martirio di Cristo. La loro dedicazione annuale veniva celebrata con grande solennità, durante la quale i fedeli veneravano le reliquie della Croce del Signore.
Questa celebrazione si diffuse in Palestina e divenne la base della festa che, già nei primi secoli, era nota come “Exaltatio Crucis” (esaltazione della Croce). Domenica la Chiesa c’invita a celebrare questa antichissima solennità e il Rito Ambrosiano ci propone questa pagina del Vangelo di Giovanni: “Nessuno è salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, Figlio dell’uomo… così come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così è necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato, perché chi crede in lui abbia vita eterna” (Gv 3, 13-15). Il mistero della croce, che la Chiesa celebra in questa festa liturgica, è la chiave di lettura di questi versetti evangelici: la croce non è soltanto segno di morte, di sconfitta, di abbandono, ma è anche segno di gloria e di vita eterna. L’Evangelista Giovanni collega la discesa del Figlio dell’uomo dal cielo al suo innalzamento sulla croce, richiamando l’evento del serpente di bronzo di Mosè (cf. Num 21, 8-9). Come spiega il Papa san Giovanni Paolo II, la croce è “sollevata” sopra ogni cosa, perché “Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”. Il gesto di Mosè di innalzare il serpente è prefigurazione della croce: chi guarda al “Segno di salvezza” riceve la vita eterna (cf. Gv 3, 14-15).
Rinascere dall’alto
Un verbo e una direzione: non solo vivere di nuovo, ma ricevere la vita da un’origine altra. È questo il cuore pulsante del dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo nel Vangelo di Giovanni, un testo che non si accontenta di raccontare la fede, ma ci chiede di abitarla, di sperimentarla, di attraversarla con la carne e con lo spirito. Nicodemo, uomo sapiente, religioso, esperto delle Scritture, si trova disorientato. Lui, che ha cercato Dio attraverso la legge e l’osservanza, viene provocato da Gesù con parole che non si possono ridurre a un concetto o a una dottrina: “Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio.” È un invito che scardina ogni logica umana: non basta essere nati una volta, non basta avere una vita religiosa “a posto”. Serve una rinascita. Ma non una ripartenza moralistica. Serve lasciarsi generare di nuovo, dall’alto. Gesù non parla di uno sforzo da compiere, ma di una dinamica dello Spirito santo da accogliere. Come il neonato non può generarsi da solo, così il credente non può entrare nel Regno con le sue sole forze. Rinascere dall’alto significa accogliere una nuova origine, un’altra fonte di vita che non nasce dalla carne, ma dallo Spirito. È un’esperienza che spaventa, perché ci spoglia del controllo, ci costringe a riconoscere che da soli non possiamo salvarci. È la resa dolce di chi, dopo tanta fatica, si lascia cadere nelle braccia della misericordia. Eppure, questa rinascita “dall’alto” non ci porta fuori dal mondo, ma ci radica di più nella vita vera. Lo Spirito non ci solleva per farci fuggire, ma ci immerge nella verità del nostro essere, là dove spesso non vorremmo guardare. La rinascita spirituale è un processo misterioso, ma molto concreto: ci rende più vulnerabili, più compassionevoli, più veri. Ci spinge a rileggere le nostre ferite non più come fallimenti, ma come spazi di grazia. Questa espressione evangelica posta nel contesto della Esaltazione della croce ci suggerisce una suggestione: solo contemplando il Mistero della Croce di Gesù possiamo rinascere dall’alto ad una logica completamente nuova, avvolti da un perdono che ci travolge di tenerezza e pace! Rinascere dall’alto, allora, non è un evento da attendere in un futuro indefinito. È un invito quotidiano. Ogni volta che scegliamo di non aggrapparci alle nostre certezze, ogni volta che accettiamo di perdere per amore, ogni volta che lasciamo lo Spirito respirare in noi… rinasciamo. E questa nascita non finisce mai, perché lo Spirito è dinamico, creativo, sorprendente. Come ci ricorda un autore spirituale: “la vita cristiana non è un possesso da difendere, ma un grembo da abitare. È nel lasciarsi generare che diventiamo ciò che siamo: figli amati, capaci di amare”.
Il legno della Croce come trono di Dio
I Padri della Chiesa avevano molto a cuore questa festa liturgica e il senso profondo del mistero della Croce, invitavano ad uno sguardo di fede nel contemplare nel legno della Croce il trono vero di Dio. L’“esaltazione” della Croce è uno dei temi più ricchi della tradizione patristica. I Padri dei primi secoli vedono nella Croce non solo il segno della sofferenza, ma soprattutto il segno della vittoria di Dio, della realtà della sua regalità e della nuova vita offerta all’uomo. Il tema “Regnavit a ligno Deus” è ripreso da più Padri: Sant’Ambrogio (cfr. Contra Faustum 14, § 1) afferma che il “legno” è il trono di amore, non di dominio, dal quale Cristo regna sopra tutta la creazione. Sant’Agostino, nella sua Lettera 55 a Giunario (cap. 14, 25), descrive la larghezza, l’altezza e la profondità della Croce come emblemi della regalità divina e della ricompensa eterna per i credenti. Questa immagine patristica fa della Croce il seggio da cui il Signore esercita il suo regno, ribaltando il senso pagano del “trono di potere” in un trono di amore e di sacrificio. L’uso della metafora del trono è dunque nato da una riflessione teologica dei Padri, questa riflessione patristica ha generato una costante presenza liturgica della Croce come trono di Dio, culminante nella celebrazione di questa Domenica: il Trionfo della Croce, dove il legno diventa visibilmente “sede” del regno di Cristo. La nozione di “trono” nella liturgia della Croce è il filo conduttore che lega la teologia patristica, la norma liturgica e la pratica devozionale. Essa rende evidente che la Croce non è solo un simbolo di sofferenza, ma il segno visibile della sovranità di Cristo, il trono dal quale il Signore regna sulla storia e invita ogni fedele a condividere la sua vittoria redentrice. Un messaggio di speranza… Il legno della Croce, anziché rappresentare una “disgrazia” umana, è “il trono di Dio”.
Il potere che uccide, il potere che salva
Cari Parrocchiani, la contemplazione del legno della Croce come trono di Dio, trasforma la nostra comprensione del potere: da dominio a servizio, da conquista ad amore redentore. Nel cuore di un mondo ferito, la Croce di Cristo continua a gridare un’alternativa radicale al potere come dominio. Mentre i grandi della terra parlano di pace con le mani sporche di armi, si moltiplicano i volti di un potere che opprime: la guerra in Ucraina, consumata tra l’indifferenza e le strategie geopolitiche; la strage infinita a Gaza, dove la violenza chiama vendetta e la vendetta genera nuovi lutti; la crisi dimenticata del Sudan, dilaniato da un conflitto civile che ha già prodotto oltre dieci milioni di sfollati e una delle peggiori emergenze umanitarie del nostro tempo. Ovunque si combatte, si muore non solo di bombe ma di potere malato, incapace di servire e pronto a distruggere pur di vincere. E se il sangue scorre nei luoghi di guerra, in Occidente il potere si insinua in forme più subdole ma non meno letali. L’economia e la finanza globale, quando smettono di servire l’uomo e iniziano a controllarlo, diventano strumenti di dominio invisibile. La cultura del profitto assoluto e dell’efficienza a ogni costo genera scarti, solitudini, precarietà, disumanizzazione. Le nostre società – apparentemente libere – sono spesso schiave di algoritmi, debiti, dipendenze e modelli di successo imposti da pochi a danno di molti. Il potere oggi non sempre grida, ma sussurra, seduce, manipola. È qui che la Croce di Cristo si impone come giudizio profondo sulla logica del mondo: non si salva nessuno schiacciando l’altro.