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Vi lascio la pace, vi do la mia pace | Settimanale 10 maggio 2026

Il Vangelo che questa Domenica la liturgia Ambrosiana ci consegna porta con sé i tratti di un congedo, ma non è propriamente un addio. È piuttosto una promessa che si apre dentro l’inquietudine dei discepoli. Gesù parla di un “dopo” che non sarà assenza: il Signore lascia intravedere un tempo trasformato dalla presenza dello Spirito Santo. «Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).

 

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Esegeticamente il verbo “insegnare” di cui il testo giovanneo parla non indica l’aggiunta di contenuti, ma una comprensione progressiva. Il termine greco didàxei suggerisce infatti un processo interiore: lo Spirito rende intelligibile ciò che prima era solo ascoltato. E “ricordare” (hypomnèsei) non è un semplice esercizio mnemonico, ma un “ri-portare al cuore”. Nella Bibbia il cuore è il luogo delle decisioni: quindi lo Spirito non attiva solo la memoria, ma la coscienza. In altre parole: ciò che Gesù ha detto diventa realmente vivo solo quando lo Spirito lo riaccende dentro l’esperienza concreta del credente.

A quale forma di conversione ci chiama questa pagina del Vangelo di Giovanni? Spesso interrogo ogni pagina di Vangelo cercando di capire a quali passi di libertà e di liberazione mi vuole condurre la Parola di Dio. Da quali catene vuole liberare la nostra vita di discepoli il Signore, con la forza della sua Parola?

Mi pare che emerga da questa pagina innanzitutto un invito a convertirsi da una logica di controllo.

C’è infatti una forma sottile di illusione che attraversa la vita credente contemporanea: pensare che la fede possa convivere con il pieno controllo, tipico delle nostre società occidentali organizzate. Non intendo il controllo sano delle responsabilità quotidiane, ma quella pretesa più profonda di tenere in mano il senso delle cose, di anticipare gli esiti, di ridurre il mistero a ciò che è già chiaro.

Eppure, se si ascolta con attenzione il capitolo 14 del Vangelo secondo Giovanni, ci si accorge che Gesù sta conducendo i discepoli esattamente nella direzione opposta. Non li rassicura con spiegazioni esaustive. Non consegna loro un sistema chiuso. Promette qualcosa di più esigente: una presenza che li guiderà nel tempo. «Il Paràclito… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Qui intravedo un primo varco decisivo. La verità, nel cristianesimo, non è mai un possesso statico. È un evento dinamico, custodito e attualizzato dallo Spirito Santo. In termini dottrinali, la fede è un atto dell’intelligenza che aderisce a Dio che si rivela, ma questa adesione non si esaurisce in un momento: cresce, si purifica, si approfondisce. Come ricordano spesso i biblisti, il “ricordare” biblico non è un esercizio mentale, ma un riaccadere della Parola dentro la storia personale.

E questo ha una conseguenza precisa: non siamo noi a dominare la verità, ma siamo introdotti in essa. Il controllo, allora, si rivela per quello che è: una forma di resistenza. Non organizzazione, non responsabilità — che restano doverose — ma autosufficienza. Il tentativo di fondare la propria sicurezza su ciò che si comprende e si prevede.

Gesù, invece, apre un’altra strada. Lo fa con una parola che, a prima vista, sembra consolatoria, ma in realtà è radicale: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo».

La pace del mondo è sempre il risultato di un equilibrio fragile: dipende dalle condizioni, dagli esiti, dalle garanzie. È una pace che si costruisce controllando. La pace di Cristo, al contrario, è un dono che precede e supera le condizioni. Non nasce dal fatto che tutto è a posto, ma dal fatto che qualcuno è presente.

Accoglierla implica un passaggio netto: smettere di cercare sicurezza nel dominio delle circostanze e iniziare a riconoscerla nella relazione con Lui.

Ma è soprattutto nell’ultima affermazione che il Vangelo rivela la sua logica più profonda: «Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Qui emerge uno spazio: quello tra la promessa e il compimento. È uno spazio scomodo, perché non è ancora evidenza, ma non è più ignoranza. È il tempo della fede.

Il controllo vorrebbe eliminare questo intervallo, riempirlo subito di certezze visibili. La fede, invece, lo abita. Accetta che la parola ricevuta non coincida immediatamente con ciò che accade. E proprio lì, in questo scarto, si forma una fiducia più vera.

In termini teologici, potremmo dire che il credente è chiamato a spostare il fondamento della propria sicurezza: non più sulla previsione, ma sulla promessa; non sulla padronanza, ma sull’affidamento; non più sull’evidenza immediata, ma sulla fedeltà di Dio.

Questa è la conversione che il testo giovanneo suggerisce con forza: passare dall’autosufficienza alla figliolanza.

È una conversione esigente, perché tocca il punto più sensibile dell’esperienza umana: il bisogno di tenere tutto sotto controllo. Ma è anche una conversione liberante. Perché, quando si rinuncia a essere il fondamento di sé stessi, si scopre che la vita non è abbandonata al caso, ma consegnata a una Presenza che insegna, ricorda, accompagna.

E allora la pace promessa da Cristo non appare più come un’idea alta, ma come una possibilità concreta: vivere dentro l’incertezza senza esserne dominati, attraversare il tempo senza possederlo, credere prima di vedere — e, proprio per questo, riconoscere quando finalmente si compie.

Come direbbe Péguy, il vero contrario del “controllo” non è semplicemente l’abbandono fiducioso, ma quella virtù piccola e ostinata che cammina nel tempo senza garanzie: la Speranza.

Nei suoi testi, la speranza è la più fragile — e proprio per questo la più divina — perché accetta di vivere nello scarto tra promessa e compimento senza pretendere di colmarlo. Il credente non è colui che ha capito, ma colui che continua a camminare quando non capisce.

Non basta dire che bisogna rinunciare al controllo; bisogna imparare ad abitare l’incompiuto senza diventare cinici. Per Péguy, il rischio non è solo voler controllare tutto, ma smettere di aspettare davvero. E senza attesa, la fede si spegne.

Cari Parrocchiani, la pace che lo Spirito di Cristo consegna non ha il tono sommesso delle buone intenzioni. È qualcosa di più radicale: è il contrario esatto di una vita abitata dalla paura.

Non una paura episodica, quella che attraversa ogni esistenza. Ma una paura di fondo, quasi educata con pazienza: l’idea che il futuro sia soprattutto una minaccia, che le relazioni siano sempre fragili, che la felicità debba essere difesa più che vissuta, e che ogni imprevisto sia una perdita di valore della vita stessa.

È qui che qualcosa si è incrinato nel nostro modo di abitare il mondo.

Non siamo solo persone preoccupate: siamo diventati, spesso senza accorgercene, educatori della preoccupazione. Insegniamo ai figli a prevedere prima di vivere, a proteggersi prima di incontrare, a temere prima di desiderare. Come se la prudenza fosse la forma più alta dell’intelligenza e la serenità una distrazione per ingenui.

Eppure la pace di cui parla il Vangelo — quella che non è “come la dà il mondo” — non coincide con l’assenza di problemi. Non è una vita senza scosse. È piuttosto la possibilità di non essere definiti da ciò che potrebbe andare storto.

È uno sguardo che si ribella alla tirannia del “e se…?”. Perché il “e se…” è spesso il modo elegante con cui la paura si traveste da realismo.

In questa luce, la fede non appare come un rifugio dal reale, ma come una diversa qualità dello sguardo sul reale. Non cancella l’incertezza, ma le toglie il monopolio del significato.

Forse è proprio questo il punto più delicato: abbiamo iniziato a credere che la vita valga meno quando non è sotto controllo. E così ci difendiamo dalla vita stessa, come se fosse una prova da superare invece che un dono da attraversare.

La pace dello Spirito, al contrario, non chiede di eliminare il futuro incerto, ma di non lasciarlo diventare il padrone del presente. È una forma di libertà interiore che non nasce dall’illusione che tutto andrà bene, ma dalla certezza che nulla di ciò che accade è fuori dalla possibilità di essere attraversato.

E forse il vero dramma non è che abbiamo paura. Il dramma è che abbiamo smesso di credere che si possa vivere anche dentro la paura senza esserne governati.

Il vostro parroco,
don Giovanni

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