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Imparare a leggere la storia alla luce del Risorto | Settimanale 25 ottobre 2026

Comprendere ciò che accade è una delle fatiche più profonde dell’esistenza. Ci sono eventi che interrompono i nostri progetti, esperienze che mettono in discussione le convinzioni sulle quali abbiamo costruito la vita, passaggi che sembrano sottrarre senso a ciò che fino a ieri appariva chiaro. Anche la fede, in questi momenti, è chiamata a misurarsi con una domanda essenziale: come riconoscere l’opera di Dio dentro una storia che non sempre corrisponde alle nostre attese?

 

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Nel Vangelo di Luca, il Risorto incontra i discepoli e apre loro la mente alla comprensione delle Scritture. Il gesto è decisivo. Non cancella lo scandalo della croce e non offre una spiegazione rassicurante di ogni avvenimento; restituisce piuttosto agli eventi il loro significato, mostrando come anche la sofferenza del Messia appartenga a una storia di salvezza. I discepoli sono invitati a rileggere quanto è accaduto, scoprendo che la croce, anziché smentire la promessa di Dio, ne manifesta la profondità inattesa.

La fede matura anche attraverso questo apprendistato dello sguardo. Le Scritture non servono a sovrapporre alla realtà una spiegazione religiosa, né a ricondurre ogni circostanza a un disegno immediatamente decifrabile. Ci educano a riconoscere nella storia le tracce di una fedeltà che non coincide con i nostri calcoli e non ci risparmia le domande. Leggere la vita alla luce della Parola significa sottrarla tanto alla tentazione di considerarla assurda quanto alla pretesa di possederne interamente il senso.

Gesù ricorda ai discepoli il compimento delle Scritture e affida loro il nucleo dell’annuncio: nel suo nome saranno proclamati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati. La risurrezione apre così una prospettiva universale, che raggiunge ogni uomo nella sua concreta possibilità di ricominciare. Il perdono non è una semplice attenuazione della colpa, ma la riapertura di un futuro che il male commesso, o subito, sembrava aver compromesso. Annunciarlo significa testimoniare che nessuna vicenda umana può essere definitivamente identificata con la propria ferita.

Da questa comprensione nasce la missione. I discepoli sono chiamati a essere testimoni di ciò che hanno visto e compreso, non propagandisti di un messaggio estraneo alla loro esperienza. La testimonianza cristiana prende forma quando la parola pronunciata trova riscontro in una vita riconciliata, nella capacità di assumere le responsabilità, nella cura delle relazioni e nella disponibilità a incontrare chi rimane ai margini. È qui che l’annuncio diventa credibile: quando il Vangelo non viene soltanto spiegato, ma si lascia riconoscere nel modo di vivere.

Eppure Gesù non affida questa missione alla sola disponibilità dei discepoli. Chiede loro di attendere la promessa del Padre, perché siano rivestiti della potenza dall’alto. L’attesa appartiene alla struttura stessa della vita cristiana: ricorda che la testimonianza non è il risultato di una volontà generosa né l’espressione di una competenza acquisita. La Chiesa riceve ciò che è chiamata a comunicare. Ha bisogno dello Spirito per non scambiare le proprie strategie con il Vangelo e la propria attività con la fecondità della missione.

Questa pagina evangelica interpella anche le nostre comunità cristiane, spesso assorbite dalla necessità di organizzare, rispondere alle urgenze, mantenere vive le opere e affrontare le trasformazioni del presente. Tutto questo è necessario, ma non basta. Occorre custodire lo spazio nel quale la Parola di Dio possa illuminare le decisioni e lo Spirito Santo possa rinnovare le motivazioni che ci guidano. Altrimenti si rischia di continuare a fare molte cose senza interrogarsi abbastanza sul significato di ciò che si fa e sulla direzione verso cui si sta camminando.

Il Risorto riconsegna ai discepoli la loro storia, ormai attraversata dalla luce della Pasqua, e li prepara a entrare nella storia degli altri come testimoni di conversione e di perdono. È una consegna che resta attuale. La Chiesa è fedele alla propria vocazione quando impara continuamente a comprendere ciò che celebra e annuncia, lasciando che la Parola di Dio giudichi le sue abitudini e i propri comportamenti e rinnovi il suo modo di stare nel mondo.

La risurrezione, in fondo, non ci dispensa dall’interpretare la vita: ci offre il criterio con cui farlo. E ci ricorda che il senso ultimo della storia non si esaurisce in ciò che vediamo e possiamo controllare. È una promessa da accogliere, una presenza da riconoscere e una speranza da rendere visibile, attraverso la concretezza di una vita trasformata dal Vangelo.

Il vostro Parroco,

don Giovanni

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