«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore».
Nel cuore del capitolo decimo di Giovanni si apre una delle grandi auto-rivelazioni di Cristo. Non è una semplice immagine pastorale, cara alla tradizione biblica; è una dichiarazione che spalanca il mistero stesso di Gesù. Egli non dice soltanto di guidare, custodire, proteggere. Dice di offrire la vita. Qui il pascolo si trasforma in altare.
Sul fondo risuona l’antico canto del Salmo 23: «Il Signore è il mio pastore». Nell’Antico Testamento il pastore è Dio stesso, ma anche il re, e spesso i profeti denunciano i pastori infedeli d’Israele. Ezechiele lancia l’accusa contro guide che pascono sé stesse e non il gregge. In quella ferita storica e spirituale irrompe Cristo: non un mercenario, non un dominatore, ma il Pastore definitivo.
Decisiva è la contrapposizione che il Vangelo stabilisce tra il buon pastore e il mercenario. Il mercenario resta finché il rischio non lo tocca; quando arriva il lupo fugge. Il pastore autentico, invece, non misura il rapporto in termini di utilità, ma di appartenenza.
Qui appare uno dei vertici del testo: «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me».
Nella Bibbia conoscere non è registrare un dato, ma entrare in comunione, come una sorta di connessione. È un verbo di alleanza. La conoscenza reciproca tra Cristo e i suoi nasce addirittura dal modello supremo: «come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Il legame tra il credente e Cristo viene immerso nella stessa profondità del rapporto trinitario. È una frase vertiginosa.
E tuttavia il centro teologico resta nel verbo ripetuto con solennità: dare la vita. Non subire la morte, ma consegnarsi. «Nessuno me la toglie: la do da me stesso». Qui Giovanni sottrae la croce a ogni lettura fatalistica. La passione non è un incidente della storia, ma un atto libero d’amore.
La figura del pastore si colora così di un paradosso. In genere il pastore difende il gregge rischiando la vita; qui il Pastore salva proprio offrendo la vita. Il dono di sé non è sottrazione, impoverimento, rinuncia ma fecondità. È il chicco che muore e porta frutto.
Poi si apre un orizzonte inatteso: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto». È una frase che spezza ogni chiusura. Il gregge di Cristo non coincide con i confini che gli uomini tracciano. Qui vibra l’universalismo evangelico: un solo gregge, un solo pastore. Non uniformità imposta, ma unità generata dalla voce che chiama.
E la voce del Pastore è decisiva. Nella tradizione biblica Dio crea parlando; qui salva chiamando. La fede nasce anzitutto come ascolto. Prima di essere risposta dell’uomo, è appello di Dio.
Questo brano interpella anche la Chiesa e ogni ministero pastorale.
Chi guida il popolo di Dio non può essere mercenario del consenso, amministratore di strutture o custode di ruoli. Il criterio resta uno solo: dare la vita. Ogni autentica autorità evangelica ha forma pasquale.
Ma il testo tocca anche ogni credente. Perché tutti, in qualche misura, siamo pecore impaurite davanti ai lupi della dispersione, della solitudine, del male, e insieme siamo chiamati a imparare la logica del Pastore, che non trattiene ma dona.
Alla fine il volto del buon pastore non è un idillio campestre. Ha i lineamenti del Crocifisso.
Le braccia aperte sulla croce sono il gesto ultimo del Pastore che raduna. E già i primi cristiani, nelle catacombe, dipingevano il Pastore con la pecora sulle spalle: non simbolo ornamentale, ma professione di fede. Il Dio cristiano non resta distante dal gregge smarrito; se lo carica sulle spalle.
Per questo il «buon» del testo evangelico non significa semplicemente moralmente buono. Il termine evoca il bello, il nobile, il vero pastore. Cristo è il Pastore pieno, compiuto, perfetto.
E il credente, ascoltando questa pagina, comprende che la salvezza non è anzitutto cercare Dio, ma lasciarsi trovare da Colui che conosce per nome e, per custodire la vita delle sue pecore, ha scelto di consegnare la propria.
In questa luce si comprende anche perché, nel linguaggio ecclesiale, il termine «pastorale» non sia una formula organizzativa o una semplice prassi operativa. La pastorale, nel suo significato più autentico, deriva dal volto del Buon Pastore.
Non indica anzitutto attività, programmi o strutture, ma una forma di presenza che conosce, accompagna, custodisce e, se necessario, si dona. Ogni vera azione pastorale è tale solo se porta impressa la logica di Cristo Pastore.
Questo cambia il modo di intendere la “pastorale”. Non come insieme di attività, ma come stile di esistenza. Una comunità cristiana non diventa viva perché ha molte iniziative, ma perché in essa si intravede una forma di amore che somiglia a quella di Cristo Buon Pastore: un amore che conosce i nomi, che non si stanca della fatica altrui, che non scarta chi è più lento.
Quando questo si indebolisce, anche le strutture comunitarie più perfette si svuotano dall’interno. Quando invece è presente, anche nella fragilità, la Chiesa diventa luogo in cui si può ancora essere raggiunti.
Non solo i presbiteri ma ogni battezzato, in qualche modo, è chiamato a partecipare alla logica del Pastore. Nei gesti quotidiani, nella cura reciproca, nella pazienza, nella capacità di non fuggire davanti alla fragilità dell’altro.
Alla fine, il Buon Pastore non è soltanto un’immagine consolante. È una forma di vita che giudica e guarisce insieme. Giudica perché smaschera ogni amore incompleto. Guarisce perché mostra che non siamo lasciati soli.
E forse la cosa più sorprendente è questa: il Pastore del Vangelo non sta soltanto davanti al gregge, ma anche dentro le ferite del gregge stesso. Non guida da lontano, ma accompagna i nostri passi e cammina dentro la storia.
Per questo il cammino di fede, più che uno sforzo di ascesa, è un lasciarsi trovare. E il ministero, più che una questione di ruolo, è una lenta trasparenza di una Presenza che continua a dire, ancora oggi: «Conosco le mie pecore».
Il vostro parroco,
don Giovanni