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Il tesoro nascosto e la gioia che non delude | Settimanale 12 ottobre 2025

C’è un uomo che lavora nei campi. Non è un avventuriero, né un cercatore d’oro. È uno qualunque, piegato sulla terra di tutti i giorni. Ma un giorno, quasi per caso, le sue mani si imbattono in qualcosa di inatteso: un tesoro. Lo riconosce in fretta, non vuole perderlo. E poi corre, vende tutto quello che ha, e compra quel campo.

È l’immagine stupefacente che apre la pagina di Vangelo di questa domenica (Mt 13,44-52). Non un racconto edificante, ma una parabola che scuote. Che cosa spinge un uomo a rinunciare a tutto, se non la certezza di aver trovato l’unico bene che può riempire la vita?

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Questa pagina di Vangelo ci insegna che il Regno di Dio non si compra, ma si accoglie. Non è frutto della nostra fatica o di una strategia: è dono che ci sorprende nel quotidiano, irruzione gratuita. La parte difficile viene dopo: la decisione di lasciare tutto per non perderlo. Non bastano le emozioni del primo incontro, serve un atto radicale, che comporta perdita e rinuncia. Il tesoro non è semplicemente “posseduto”: è custodito attraverso una scelta che capovolge le priorità.
C’è una parola che attraversa silenziosamente le parabole del tesoro e della perla: gioia. È il dettaglio che distingue chi ha semplicemente “incontrato” Dio da chi si è davvero lasciato trasfigurare da Lui.
Gesù non parla di un uomo che si sacrifica, ma di un uomo “pieno di gioia” che vende tutto. Quella gioia è la prova che ha trovato ciò per cui vale la pena vivere.

Non una gioia di superficie
La gioia evangelica non è euforia né ottimismo ingenuo. È la pace profonda che nasce dall’aver riconosciuto il centro della propria vita in Gesù Cristo. Come dice un autore spirituale “la gioia è il frutto della grazia accolta, non della vita riuscita secondo i nostri piani”. È ciò che resta anche quando tutto intorno crolla, perché non dipende dal possesso ma dalla relazione con Dio.
È la gioia di chi sa che, anche tra lacrime e incertezze, il campo della propria esistenza nasconde un tesoro che nessuno può portare via.

La gioia, segno di una vocazione pienamente vissuta
Una vocazione autentica si riconosce dal grado di libertà e di gioia che genera.
Chi vive solo per dovere o per paura di sbagliare, non ha ancora incontrato il tesoro; chi invece scopre che donarsi rende felici, ha trovato la perla preziosa.
La gioia non è un ornamento del cristianesimo, ma la sua firma. San Paolo lo sapeva bene: “Siate sempre lieti nel Signore” (Fil 4,4). Non una gioia perché tutto va bene, ma perché anche nel dolore la presenza di Cristo è più forte di ogni perdita.

Una gioia che resiste
Nel mondo della competizione e del successo apparente, la gioia evangelica è un atto di resistenza. È la scelta di chi continua a credere che il bene ha senso, anche quando non è premiato; è lo stile di chi persevera nell’amore, anche quando costa. È la gioia discreta del servo fedele.
È la gioia dei “tesori nascosti”: quella che nasce nel silenzio, nel campo della quotidianità, quando tutto sembra uguale e invece Dio passa e niente è più come prima.

Il criterio decisivo
Alla fine, forse la domanda decisiva non è “Cosa faccio della mia vita?”, ma “Che cosa mi dà gioia vera?”.
Non la gioia di chi fugge dal dolore, ma quella che si accende proprio nel cuore del limite, come brace sotto la cenere. È lì che il Regno dei cieli mostra il suo volto: una promessa che non illude, una felicità che non dipende dal successo ma dalla comunione.
Chi ha trovato questa gioia – dice il Vangelo – può anche perdere tutto, ma non si sentirà mai povero. Perché il tesoro che porta dentro non si misura, si vive come un dono che ci precede per grazia!

Le altre immagini che seguono – la rete gettata nel mare, il pescatore che separa i pesci buoni da quelli cattivi, lo scriba che estrae dal tesoro cose nuove e cose antiche – ci parlano di discernimento. La vita del discepolo non è fatta solo di entusiasmo iniziale, ma di un lavoro costante di separazione, di scelta, di custodia. Non tutto ciò che portiamo con noi vale la pena di essere conservato: serve il coraggio di distinguere, per non confondere il tesoro con la sabbia.

Cari Parrocchiani, in questa Domenica il Vangelo ci mette davanti a una domanda radicale: qual è il tesoro per cui siamo disposti a vendere tutto?
Non si tratta di disprezzare ciò che abbiamo, ma di riconoscere che non c’è bene più grande dell’incontro con Cristo. Quel bene non si compra, non si accumula, ma trasforma chi lo accoglie.
E allora la vita, che spesso appare come un campo arido o una rete colma di pesci senza valore, può rivelarsi luogo di meraviglia. Lì, nascosto nella polvere del quotidiano, c’è un tesoro. E chi lo trova, non può che gioire.

Il vostro parroco,
don Giovanni

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