C’è un momento nella vita in cui ci accorgiamo che guardare non significa ancora vedere.
Possiamo attraversare giorni, persone, relazioni e perfino noi stessi senza davvero coglierne il senso. È dentro questa esperienza profondamente umana che il Vangelo della quarta Domenica di Quaresima ambrosiana, il racconto del cieco nato, continua a parlarci con una forza sorprendentemente attuale.
Il miracolo compiuto da Gesù non è soltanto la guarigione di un uomo privo della vista. È piuttosto il racconto di una nascita nuova. Non a caso il protagonista non è semplicemente un cieco guarito: è un uomo che impara progressivamente a vedere la realtà in modo diverso.
Prima riconosce “l’uomo chiamato Gesù”, poi lo chiama “profeta”, infine arriva a confessarlo come Signore. La fede nasce così: non come un’idea immediata e perfetta, ma come uno sguardo che si apre lentamente.
La fede, in fondo, è proprio questo. Non una fuga dalla realtà, ma un modo nuovo e più profondo di guardarla. Guardare la propria vita senza ridurla ai fallimenti o alle ferite, guardare chi ci vive accanto senza fermarsi alle apparenze, guardare il mondo senza lasciarsi imprigionare dal cinismo.
La fede diventa allora un modo nuovo di pensare, di comprendere, di amare.
Il paradosso del racconto evangelico è che, mentre il cieco impara a vedere, molti altri sembrano diventare sempre più ciechi.
I primi a manifestare resistenza sono i vicini di casa. Non riescono a riconoscere l’uomo che conoscevano. Il cambiamento li destabilizza: “È lui?” “Non è lui?” Quando la vita cambia davvero, spesso chi ci sta attorno preferisce dubitare piuttosto che accettare che qualcosa di nuovo sia accaduto.
Poi entrano in scena i farisei. Qui la resistenza diventa più strutturata, più organizzata. Il problema non è più il miracolo, ma il fatto che sia avvenuto nel giorno di sabato. In altre parole: l’evento viene ridotto a un problema di regole. L’esperienza concreta di una vita trasformata viene oscurata da una questione di sistema.
Il racconto evangelico lascia intravedere anche la pressione della comunità della sinagoga. I genitori dell’uomo guarito hanno paura. Rispondono alle domande con prudenza, quasi difendendosi. L’evangelista annota che temevano di essere espulsi dalla sinagoga.
La paura di essere esclusi dalla comunità può diventare una forza potente: spinge a tacere, a ridimensionare l’evidenza, a non esporsi. È una dinamica che conosciamo bene anche oggi.
Quando qualcosa rompe i nostri schemi – una conversione, una scelta radicale, una libertà nuova – la prima reazione può essere quella di minimizzare o di mettere in dubbio. Non tanto per cattiveria, ma perché ogni cambiamento autentico mette in crisi l’equilibrio costruito.
Il cieco guarito, invece, sorprende per la sua semplicità disarmante. Non possiede argomenti teologici raffinati. Ha solo un fatto da raccontare: “Ero cieco e ora ci vedo”.
In questa frase c’è la forza elementare della fede. Non una teoria, ma un’esperienza.
Alla fine del racconto accade qualcosa di decisivo: proprio colui che era stato escluso diventa l’unico capace di riconoscere Gesù. Mentre chi si considerava custode della verità resta imprigionato nella propria sicurezza.
Sant’Agostino, commentando questo brano, osserva con lucidità: «Il cieco vedeva nel cuore, mentre i farisei, pur avendo gli occhi, erano ciechi dentro». La vera cecità, suggerisce il vescovo di Ippona, non è quella degli occhi ma quella del cuore che rifiuta di lasciarsi cambiare.
Forse è proprio questa la domanda che il Vangelo consegna alla nostra Quaresima. Non se siamo religiosi o meno, non se conosciamo bene le regole o i discorsi sulla fede. Ma se siamo ancora capaci di lasciarci aprire gli occhi dalla bellezza di uno stupore autentico.
Perché la fede non è prima di tutto una dottrina da difendere. È una luce che cambia il modo di guardare la vita.
E quando accade davvero, la realtà – la nostra e quella degli altri – non appare più la stessa. Diventa più profonda, più vera, più abitata da una speranza che prima non vedevamo.
Il vostro parroco,
don Giovanni