Nel racconto della risurrezione di Lazzaro si apre davanti a noi una soglia determinante: non soltanto quella tra la vita e la morte, ma quella tra una fede che consola e una fede che trasforma. Gesù giunge a Betania quando tutto sembra ormai chiuso. La pietra è posta, il dolore ha assunto la forma della rassegnazione.
Eppure, proprio lì, Egli pronuncia una parola che attraversa i secoli: «Io sono la risurrezione e la vita». Non si tratta di una promessa generica, ma di una rivelazione che tocca il centro dell’esistenza. Cristo non indica semplicemente una via oltre la morte: Egli stesso è la vita che vince la morte.
E tuttavia, prima del grido che richiama Lazzaro dal sepolcro, il Vangelo ci consegna un dettaglio che non possiamo trascurare: Gesù piange. Le sue lacrime ci dicono che la fede cristiana non rimuove il dolore, ma lo attraversa. È proprio dentro questa partecipazione piena alla condizione umana che si manifesta la potenza della vita nuova.
Un mondo ferito e la domanda sulla speranza
Questa parola risuona oggi dentro uno scenario internazionale segnato da tensioni concrete e persistenti. Il conflitto tra Russia e Ucraina continua a produrre vittime, instabilità energetica e un riassetto degli equilibri globali, mentre il confronto tra Iran e i Paesi dell’area del Golfo mantiene alta la pressione in una regione strategica per gli approvvigionamenti e la sicurezza internazionale.
A ciò si aggiungono crisi meno visibili ma non meno drammatiche in diverse aree dell’Africa e del Medio Oriente, dove conflitti interni, fragilità istituzionali e interessi esterni si intrecciano senza soluzione rapida. Il quadro complessivo è quello di una frammentazione crescente: blocchi geopolitici che si irrigidiscono, organismi internazionali che faticano a incidere, economie segnate da inflazione e disuguaglianze sempre più evidenti.
Nei Paesi industrializzati cresce una percezione diffusa di precarietà, mentre nelle aree più vulnerabili del pianeta intere popolazioni affrontano povertà strutturali, migrazioni forzate e accesso limitato a risorse essenziali.
A questo si affianca una crisi più sottile, ma altrettanto incisiva: quella culturale. In molte società occidentali si registra un indebolimento dei legami comunitari, una crescente sfiducia nelle istituzioni e una difficoltà diffusa a immaginare il futuro in termini positivi. La dimensione individuale tende a prevalere, mentre si affievoliscono orizzonti condivisi capaci di dare senso e direzione.
Il risultato è un clima in cui la speranza appare fragile, spesso sostituita da un realismo disincantato o da forme di rassegnazione.
È dentro questo contesto che si colloca la domanda: quale speranza è ancora possibile?
La risposta cristiana non si fonda su previsioni favorevoli né su equilibri geopolitici destinati comunque a mutare. Essa richiama un evento che appartiene a un altro ordine, ma che pretende di incidere sulla lettura stessa della storia: la risurrezione di Cristo.
In questa prospettiva, la Chiesa è chiamata non solo a interpretare i segni dei tempi, ma a mantenere aperto uno spazio di senso che oltrepassa la contingenza, custodendo e annunciando le domande ultime sull’uomo, sul destino e sul compimento della vita.
La stanchezza della fede e il rischio della rassegnazione
E tuttavia, mentre il mondo appare ferito e inquieto, non possiamo ignorare che talvolta anche la vita delle comunità cristiane è attraversata da una sottile stanchezza. Non una negazione esplicita della fede, ma un suo affievolirsi: la speranza si fa meno luminosa, la testimonianza meno incisiva, il Vangelo meno capace di trasformare la realtà.
È una rassegnazione silenziosa, che rischia di spegnere lo slancio missionario.
In questo senso, le parole del teologo Joseph Ratzinger sulla “paganizzazione dei credenti” si rivelano particolarmente penetranti. Egli indicava il pericolo di una fede che, pur rimanendo formalmente presente, perde il suo centro vitale, lasciando spazio a criteri mondani.
Si finisce così per vivere come se la risurrezione non fosse il fatto decisivo della storia, come se Dio non fosse realmente determinante per l’esistenza.
“Togliete la pietra”: una chiamata per la Chiesa
Il racconto di Lazzaro interpella allora anzitutto la Chiesa stessa. «Togliete la pietra». È un invito a riconoscere ciò che, dentro di noi e nelle nostre comunità cristiane, ostacola la vita: la rassegnazione, il disincanto, la mediocrità spirituale.
E poi, ancora, la parola potente: «Lazzaro, vieni fuori!». È una chiamata che la comunità cristiana deve continuamente ascoltare su di sé, lasciandosi risvegliare dalla forza della Pasqua.
I Santi: testimoni del cielo nella storia
In questo cammino, la tradizione della Chiesa ci offre una luce concreta e vissuta: quella dei santi. Essi non sono figure lontane o irraggiungibili, ma uomini e donne che hanno preso sul serio la promessa di Cristo.
Hanno predicato il paradiso non come evasione, ma come verità ultima dell’esistenza; lo hanno additato con la loro vita, rendendolo credibile.
Pensiamo a Francesco d’Assisi, che chiamava la morte “sorella” perché illuminata dall’incontro definitivo con Dio; a Teresa d’Avila, che viveva ogni fatica terrena con lo sguardo fisso sull’eternità; a Giovanni Bosco, che ripeteva ai giovani: “L’eternità! L’eternità!”, come criterio per orientare ogni scelta.
In loro comprendiamo che la vita cristiana è essenzialmente un pellegrinaggio. Non una fuga dal mondo, ma un cammino con una meta chiara: il paradiso.
Questa consapevolezza non indebolisce l’impegno nella storia, ma lo purifica e lo rafforza. Chi sa dove è diretto, cammina con più libertà e con più coraggio.
Una Chiesa che vive della Risurrezione
Solo una Chiesa che vive realmente della risurrezione e custodisce viva la coscienza della meta eterna può annunciare con credibilità la speranza.
Non bastano strutture, né strategie: occorre una fede viva, uno sguardo fisso su Cristo vivente.
In un mondo segnato da conflitti e inquietudini, la missione della Chiesa rimane dunque chiara: annunciare che la morte non è l’ultima parola, che la vita ha vinto, che il destino dell’uomo è aperto all’eternità.
Ma questo annuncio sarà credibile solo se, prima di tutto, diventerà esperienza vissuta.
Cari Parrocchiani, risuona allora, anche per noi, la domanda rivolta a Marta: «Credi tu questo?». Da questa risposta dipende non solo la qualità della nostra fede, ma la possibilità stessa di offrire al mondo una speranza che non delude, perché fondata su Colui che è, per sempre, la risurrezione e la vita.
Il vostro parroco,
don Giovanni