Nella liturgia Ambrosiana di questa Domenica, celebriamo la solennità della santissima Trinità e ci viene offerto il brano di Giovanni 14,21-26, si tratta di uno scrigno silenzioso in cui si intrecciano l’amore, l’obbedienza, la promessa dello Spirito e la dimora della Trinità nel cuore dell’uomo. “E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.
Ci sono parole del Vangelo che non si leggono: si ascoltano. Parole così delicate, così dense, che se provi a correggerle dietro ti sfuggono. Ma se ti fermi, in silenzio, seduto dentro un cuore orante, allora si lasciano sfiorare. E aprono uno spazio nuovo. Una dimensione in cui il Mistero di Dio non è più lontano, ma vicino. Così vicino da voler entrare a vivere in te.
È questo il tono con cui parla Gesù nel cenacolo, poche ore prima della croce. Non c’è più il segno dei miracoli, né la folla. Solo un’intimità densa. È lì, in quel silenzio carico d’amore, Gesù dice: “chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”. Non un amore fatto di emozione, ma di una bellezza che sa custodire, che sa di fedeltà. Perché l’amore, quello vero, è sempre obbediente. “Il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Noi. Chi è questo noi? È il Noi eterno. Il Noi della Santissima Trinità. In mezzo a noi il Figlio non viene da solo. È rivelazione del Padre, in cui Gesù solo rivela la tenerezza e la misericordia del Padre. E il loro “noi” fa una casa. Dio non ci visita come un ospite. Ci abita come una casa. È lì il segreto. Quando siamo abitati, Gesù abita con il Padre e con lo Spirito.
La Trinità non è un concetto, è un avvenimento. Quando uno fa spazio alla Trinità, questa prende dimora nell’anima umile. E subito dopo, quasi a svelare il modo in cui questa presenza si compie, aggiunge: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.” Lo Spirito santo non è un’ombra. È voce e memoria. È il respiro segreto della Trinità che scende nel tempo per rimanere con noi. È il cuore stesso di Dio che ci insegna ad amare come Lui ama. Che ci ricorda, quando dimentichiamo, che siamo abitati. Che non siamo soli.
Lo Spirito santo non ci spiega Dio: ce lo rende presente. È in quella presenza, il Padre, il Figlio e lo Spirito prendono casa. Non sopra di noi. Non davanti a noi. Dentro di noi. Allora capisci che la fede non è uno sforzo per raggiungere il Cielo, ma un lasciarsi raggiungere. Non è salire, ma aprire. Non è meritare, ma accogliere. Per questo, il senso ultimo di questa pagina di Vangelo è che la Trinità non è un mistero da comprendere, ma un Mistero da ospitare. Lo sapeva bene sant’Agostino, il più grande cercatore di Dio per eccellenza, quando scrisse: “Ama, e capirai la Trinità. Vedi la carità? Da lì nasce la Trinità: Colui che ama, Colui che è amato, e l’Amore.” (De Trinitate, VIII, 10, 14). In fondo, l’unico modo per conoscere Dio, è lasciarsi amare da Lui. E amare, a nostra volta, come siamo stati amati. In ginocchio, e che questo verso l’Altro tutti ci attiri.
Il vostro parroco, don Giovanni