Il Vangelo delle nozze di Cana non racconta semplicemente un miracolo: racconta una crisi.
Una festa cominciata bene, relazioni intessute di attese e promesse, e poi – improvvisamente – il vino finisce. È l’imbarazzo di una mancanza che nessuno aveva previsto, il segno discreto ma doloroso di qualcosa che si è esaurito.
Il vino che manca non è solo una questione pratica. È l’immagine di ciò che accade spesso anche a noi: la gioia iniziale che si consuma, l’entusiasmo che si spegne, l’amore che fa fatica, la fiducia che non regge il peso del tempo.
Cana è la fotografia di una vita reale, non idealizzata. Ed è lì che Gesù sceglie di manifestarsi per la prima volta secondo il Vangelo di Giovanni.
“Non hanno vino”: la verità della mancanza
Il Signore si lascia coinvolgere da una donna – sua Madre – che guarda la realtà con attenzione, senza fuggirla e osa dire: «Non hanno vino».
Maria Santissima porta verità in un modo semplice: nomina la mancanza. È già una forma di preghiera. Gesù sembra resistere, come se quel momento non fosse ancora maturo.
Ma l’amore, quando è vero, non resta indifferente, mai. E così accade l’inatteso: l’acqua diventa vino. Non poco, non qualunque, ma vino buono, abbondante, migliore di prima.
Il miracolo che si rinnova nella vita
Sant’Agostino, commentando questo segno, dice: «Il Signore, invitato alle nozze, fece un miracolo: mutò l’acqua in vino. Ma ciò che fece quel giorno, lo fa ogni anno nei campi: trasforma l’acqua in vino».
Come a dire: il miracolo di Cana non è un’eccezione, ma una rivelazione che si rinnova nelle cose feriali della nostra vita.
Dio non interviene solo nei momenti straordinari; l’Amore di Dio trasfigura pazientemente ciò che sembra ordinario, spento, insufficiente, e lo trasforma in pienezza di vita.
Nelle sacre Scritture il vino è segno di gioia, di vita che si sgomitola, che diventa una danza.
L’acqua non viene tolta: viene trasformata
Le sei giare di pietra, destinate alla purificazione, sono piene fino all’orlo. Non vengono svuotate, ma riempite.
Gesù non distrugge ciò che c’era prima: lo porta a compimento. Trasforma l’acqua, così fa con la nostra umanità: non la scarta quando è povera, la attraversa per renderla capace di gioia.
Il Mistero di Cana che siamo chiamati a contemplare questa Domenica ci dice che Dio non si scandalizza delle nostre mancanze. Entra nelle feste che stanno per finire, nelle relazioni stanche, nelle vocazioni affaticate, nelle vite dove il vino sembra ormai esaurito.
Entra in quelle dimensioni della vita dove la gioia del Vangelo e la bellezza della fede vengono meno. E lì compie il segno di trasfigurazione.
Quando la fede comincia davvero
Il Vangelo annota che questo miracolo avviene “come inizio dei segni” e che “i discepoli credettero in lui”. Hanno intuito qualcosa di decisivo: Dio è Colui che salva la festa dell’uomo, non toglie la fatica, ma la trasforma dall’interno e allora sgorga la gioia nella sua pienezza!
Forse la fede comincia proprio così: quando smettiamo di vergognarci delle nostre giare vuote e permettiamo a Cristo di riempirle e di trasformare la nostra umanità in pienezza.
Un nuovo sguardo sull’umano
Cari parrocchiani, alle nozze di Cana non cambia solo l’acqua in vino: cambia lo sguardo sull’umano.
Là dove sembra esserci solo povertà, mancanza, limite, Cristo si fa ospite discreto e operoso, e la Grazia comincia il suo lavoro silenzioso.
L’acqua della nostra fragilità, delle nostre insufficienze e delle nostre paure non viene disprezzata né scartata: viene assunta, accolta, trasformata.
Così opera Dio nella nostra vita: non cancellando ciò che siamo, ma portandolo a compimento.
La Grazia è pronta a fare della nostra umanità un vino nuovo, maturo, capace di gioia; di ciò che sentiamo incompleto, una pienezza inattesa.
A Cana impariamo che quando consegniamo a Cristo ciò che abbiamo — anche se ci sembra poca cosa — Egli sa farne molto, e sempre per la gioia di tutti.
Il vino migliore viene dopo
E scopriamo, con stupore, che il vino migliore non era all’inizio, ma attendeva di nascere proprio da ciò che sembrava insufficiente.
Il vostro parroco,
don Giovanni