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Abitare il tempo con fiducia | Settimanale 25 gennaio 2026

C’è una parola che attraversa questo Vangelo in silenzio, come un respiro profondo: attesa.

Maria e Giuseppe salgono al tempio per consegnare. Portano un bambino, il loro figlio, e con lui portano la loro storia fragile, povera, normale. Non sanno ancora tutto di Gesù. Sanno però che è stato affidato a loro dal Cielo e che, paradossalmente, ora va restituito a Dio.

L’attesa vera comincia sempre quando smettiamo di possedere. Attendere il futuro dei propri figli vuol dire rinunciare a disegnarne il cammino al posto loro, scegliendo invece di restare accanto, con pazienza e fede, mentre la loro vita prende forma.

 

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Il vangelo di questa Domenica ci presenta poi la figura di Simeone: è un uomo anziano, sazio di anni. Ha atteso per tutta la vita di poter vedere il Messia. Non un’attesa distratta o rassegnata, ma un’attesa abitata dalla fede.

Ha lasciato che il tempo lo scavasse dentro, rendendolo capace di riconoscere l’essenziale. E così, tra i tanti bambini presenti nel tempio, Simeone riconosce il Cristo, l’Unto del Signore. Nessun segno straordinario, solo un bambino come gli altri.

Ma l’attesa, quando è trasfigurata dalla fede, diventa sapienza e poi discernimento. Simeone vede ciò che altri non vedono, tra i tanti bambini vede Lui, l’unico, l’atteso.

Simeone si sente nascere dal cuore la gratitudine di una promessa adempiuta.

Nel dormiveglia indifferente della nostra vita un po’ distratta, i nostri occhi non sanno vedere il miracolo della Sua presenza, i nostri occhi ne risultano forse appannati.

Come dice un autore spirituale: «Al crocicchio dove la vita si gioca tutta intera, quel bambino resta ancora il segno della contraddizione. Della salvezza accolta o della salvezza rifiutata».

L’attesa nella famiglia

La famiglia non è il luogo delle soluzioni immediate, ma delle promesse che crescono lentamente. È il luogo dove si impara che l’altro non coincide con le nostre aspettative.

Attendere, in famiglia, significa non ridurre chi amiamo a ciò che vorremmo da lui. Significa restare, anche quando non capiamo.

Nel cuore di un genitore, l’attesa prende la forma di una rinuncia: smettere di voler precedere la vita dei figli, per lasciarla accadere.

Attendere i figli che crescono significa tollerare il vuoto di non sapere chi diventeranno, senza riempirlo con i nostri progetti.

L’attesa di un genitore è una fede silenziosa: credere che la vita dei figli trovi la sua direzione proprio dove noi non possiamo più indicarla.

Per un bambino, l’attesa non è ancora progetto, ma fiducia. È l’esperienza di sentirsi desiderato senza dover dimostrare nulla. Il bambino attende perché qualcuno veglia su di lui.

La sua attesa è abitata dalla presenza: cresce perché sa di poter restare, perché l’amore che lo custodisce non è condizionato dalla prestazione. In questo spazio, la vita prende coraggio.

Per un adolescente, l’attesa cambia forma. Diventa inquietudine, distanza, talvolta opposizione.

L’adolescente attende senza saperlo: attende di essere riconosciuto senza essere posseduto, attende che l’altro non lo trattenga mentre cerca se stesso.

La sua attesa è una domanda silenziosa: posso diventare ciò che ancora non so?

L’attesa, per il figlio che cresce, è il tempo in cui il desiderio si separa dal bisogno, in cui l’amore ricevuto deve trasformarsi in libertà.

È un tempo fragile, esposto al rischio dell’errore, ma necessario perché la vita non resti dipendenza, bensì scelta.

Spiritualmente, l’attesa del figlio è il luogo in cui impara che la sua esistenza non è un incidente né un dovere, ma una vocazione.

È l’esperienza – spesso confusa, mai lineare – di scoprire che Qualcuno lo chiama per nome, non per ripetere una storia già scritta, ma per iniziarne una nuova.

L’attesa degli sposi

Così, l’attesa non è un vuoto da colmare in fretta, ma una soglia da abitare. È il tempo in cui il figlio impara a stare davanti alla vita senza fuggire, e a riconoscere che diventare se stessi è sempre un atto di fede.

Per gli sposi, l’attesa ha il volto del tempo.

All’inizio è promessa, slancio, intuizione di bene: l’amore precede la conoscenza e sembra bastare a se stesso. Si attende senza saperlo, confidando che il desiderio possa sostenere tutto.

Con il passare degli anni, l’attesa cambia forma. Diventa resistenza, fedeltà al legame quando l’ideale si incrina, quando l’altro smette di coincidere con l’immagine che avevamo di lui.

È l’attesa di un amore che non si ritira davanti alla ferita, ma la attraversa.

Nella vita di coppia, attendere significa lasciare che il tempo compia ciò che l’entusiasmo non può garantire: la trasformazione del sentimento in alleanza, della passione in responsabilità, della promessa in carne vissuta.

Non tutto va come immaginato, ma tutto può diventare vero se non viene evitato. Così l’amore cresce non perché resta intatto, ma perché accetta di essere purificato.

Giorno dopo giorno, tra fatiche e riconciliazioni, l’attesa diventa luogo di rivelazione: non siamo salvati dall’assenza di crisi, ma dalla decisione di restare.

E ciò che all’inizio era solo intuizione, col tempo diventa pace abitata.

L’attesa nella comunità cristiana

Cari parrocchiani, questa Parola, infine, si allarga dalla famiglia alla Chiesa, perché la comunità cristiana è davvero una famiglia di famiglie.

E allora la domanda diventa decisiva: che cosa significa attendere nella vita di una parrocchia, oggi, in un tempo così confuso e smarrito?

Attendere, nella vita della comunità cristiana, non significa stare a guardare il tempo che passa.

Significa imparare a riconoscere, con stupore, l’opera discreta di Dio che agisce in noi, spesso in modo silenzioso, quasi nascosto.

L’attesa cristiana non è inerzia, ma attenzione: uno sguardo che si affina, un cuore che impara a leggere i segni.

Attendere non vuol dire restare fermi, ma abitare il tempo con fiducia.

È credere che lo Spirito Santo opera anche quando i frutti non sono immediati, anche quando la crescita sembra lenta o impercettibile.

È accettare che Dio lavori in profondità, là dove non arrivano né il controllo né la fretta.

Come accade in ogni famiglia vera, attendiamo che il bene cresca e non prevalgano i nostri progetti, ma che si realizzi, nel tempo e attraverso di noi, il sogno di Dio: un sogno che non si impone, ma cresce; che non forza, ma chiama; che prende forma nella libertà e nella fedeltà quotidiana.

Attendiamo con fiducia che ogni battezzato riscopra la bellezza del proprio Battesimo, non come il ricordo sbiadito di un rito passato, ma come una sorgente ancora viva, capace di generare vita nuova, ovunque.

E siamo chiamati con stupore a riconoscere i carismi che lo Spirito Santo elargisce con generosità e creatività in mezzo a noi come dono: non per affermare se stessi, ma per edificare tutti, perché nessun dono è dato per essere trattenuto, ma per essere condiviso.

Il vostro parroco,
don Giovanni

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