Ci sono incontri che nascono da un bisogno. Si cerca qualcuno perché se ne ha bisogno, perché può offrire una risposta, una protezione, una direzione. Anche la fede può cominciare così. Si cerca Dio quando la vita si restringe, quando una malattia interrompe i programmi, una relazione si spezza, una decisione supera le nostre forze. Si cerca una parola capace di orientare ciò che non riusciamo più a governare.
Non c’è nulla di sbagliato in questo. La domanda religiosa nasce spesso da una necessità. Il problema emerge quando la necessità diventa il criterio ultimo della ricerca e Dio viene cercato soprattutto per ciò che può fare per noi.
Nel Vangelo di Giovanni che la Liturgia Ambrosiana ci consegna, la folla attraversa il lago per ritrovare Gesù. Lo cerca con determinazione, ma Gesù non si ferma alla loro ricerca. Ne mette a nudo il motivo: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati».
Non è un rimprovero alla loro fame. Gesù non disprezza il bisogno di pane: è lui stesso ad aver sfamato quella folla. Il problema è che il dono ha finito per nascondere colui che lo donava. La folla ha ricevuto il pane, ma non ha ancora riconosciuto nel pane un segno; si è fermata al beneficio senza arrivare alla persona di Gesù, al Mistero del Padre.
È una dinamica che riguarda anche la nostra fede. Possiamo cercare Dio per molte ragioni legittime: per essere rassicurati, per trovare una soluzione, per essere sostenuti nella paura, per dare un significato a ciò che accade. Ma a un certo punto la fede pone una domanda più radicale: se Dio non mi desse ciò che gli chiedo, continuerei a cercarlo?
Non significa smettere di chiedere. Il Vangelo non ci domanda una fede che non conosca il bisogno. Ci chiede piuttosto di lasciare che il nostro bisogno non diventi la misura di Dio.
La maturazione della fede avviene quando, dentro ciò che chiediamo a Dio, comincia ad affiorare il desiderio di Dio stesso. Quando la domanda «che cosa può darmi?» lascia spazio alla domanda «chi è colui al quale mi sto affidando?». È il passaggio dal bisogno alla relazione. Non perché il bisogno scompaia, ma perché viene ricollocato dentro un rapporto che diventa più grande di ciò che vorremmo ottenere.
Per questo Gesù continua il suo discorso con una frase che sposta ancora più in profondità la questione: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». La folla cerca ora di tradurre la fede in qualcosa da fare, in una prestazione attraverso la quale corrispondere a Dio.
Gesù risponde: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Il verbo usato da Giovanni, pisteúein, non indica semplicemente l’assenso a una verità. Credere significa riconoscere in Gesù colui che il Padre ha mandato e affidarsi a lui. La fede coinvolge la persona intera: l’intelligenza che riconosce, la libertà che aderisce, la vita che progressivamente si lascia orientare da quella relazione.
Ma nell’espressione «l’opera di Dio» c’è qualcosa di ancora più decisivo. La fede è una risposta libera dell’uomo, ma non nasce da un’iniziativa dell’uomo isolato. Prima della nostra ricerca c’è una ricerca di Dio; prima della nostra risposta c’è una grazia che ci raggiunge.
La fede, dunque, è insieme dono e responsabilità. Dio non crede al posto nostro e la grazia non rende superflua la libertà. Al contrario, la rende possibile. Credere significa consentire a un’opera che ci precede e lasciare che l’incontro con Cristo diventi lentamente criterio della nostra esistenza.
Per questo la fede non coincide con il possesso di alcune conoscenze religiose. Si può sapere molto di Gesù e non essersi ancora affidati a lui. Si può frequentare la liturgia, conoscere le Scritture, appartenere a una comunità e mantenere comunque Cristo ai margini delle decisioni che contano.
La fede diventa reale quando Cristo entra nel modo in cui guardiamo noi stessi, gli altri, il limite, il dolore, il futuro. Non elimina le domande; cambia il modo di attraversarle. Non ci consegna necessariamente una spiegazione per tutto; ci consegna qualcuno al quale affidare anche ciò che non comprendiamo.
E questa fede non è mai soltanto individuale. Io credo, ma non credo da solo.
La fede che ciascuno vive è ricevuta dentro una fede che lo precede: la Scrittura, la memoria apostolica, i sacramenti, la liturgia, la testimonianza dei santi, la vita di generazioni di cristiani. Prima ancora di essere una comunità che organizza attività pastorali, la Chiesa è il popolo convocato da Dio nel quale la fede viene ricevuta, celebrata, custodita e trasmessa.
La fede personale, dunque, è personale senza essere privata. Nessuno si dà da sé il Vangelo. Lo riceve. E ciò che riceve non è destinato a essere trattenuto, ma a essere nuovamente consegnato.
Da qui nasce una responsabilità precisa per ogni comunità cristiana. Se la fede è opera di Dio, la Chiesa non può generarla con le proprie strategie; può però mettersi al servizio di quell’opera. Annuncia il Vangelo, celebra i sacramenti, educa alla vita cristiana, custodisce la comunione, ascolta le domande delle persone e le accompagna nel loro cammino verso Cristo.
È questo il punto nel quale la fede diventa criterio della vita pastorale.
Una comunità cristiana dovrebbe domandarsi non soltanto che cosa riesce a organizzare, ma quale rapporto con Cristo, attraverso ciò che organizza, rende possibile. Non soltanto quante persone raggiunge, ma se ciò che offre permette a qualcuno di ascoltare il Vangelo, di interrogarsi, di ricominciare a cercare, di essere accompagnato nella fede.
La domanda riguarda tutto ciò che costituisce la vita della comunità: la catechesi e la liturgia, la carità e l’oratorio, la scuola parrocchiale, la formazione degli adulti, l’accoglienza, le relazioni, gli spazi, le risorse economiche. Niente di ciò che è stato affidato alla comunità è il suo fine ultimo; tutto può diventare strumento della sua missione.
Anche una decisione economica può quindi essere pastorale. Anche la cura di uno spazio può servire il Vangelo. Anche il tempo dedicato alla formazione di una persona, all’ascolto o alla costruzione di una relazione può partecipare a quell’opera discreta attraverso la quale Dio conduce qualcuno verso la fede.
Lo vediamo anche in una cosa semplice come il nostro settimanale. Ogni settimana qualcuno prepara gli articoli, rilegge i testi, impagina, organizza la stampa; la comunità sostiene il costo della carta e dei colori. Sono tempo, lavoro, competenze e risorse economiche. Ma tutto questo acquista il suo significato quando ricordiamo perché lo facciamo: perché la parola del Vangelo possa passare di mano in mano, entrare nelle case, raggiungere qualcuno che forse non incontreremmo altrimenti.
Una pagina stampata non è soltanto una pagina stampata. Può diventare un piccolo strumento della missione ecclesiale: la Parola che esce dai luoghi abituali della comunità e cerca la vita delle persone, di casa in casa.
È un esempio semplice, ma rivela un criterio più ampio. La missione della Chiesa passa anche attraverso ciò che, a prima vista, non chiamiamo pastorale. Le risorse materiali non sono estranee alla missione: diventano pastorali quando vengono riconosciute e utilizzate in rapporto al fine per cui la comunità esiste.
Questo vale anche per la nostra comunità di San Dionigi in Prato. La nostra responsabilità non consiste semplicemente nel mantenere ciò che abbiamo ricevuto. Abbiamo ricevuto la fede in Cristo perché possiamo viverla e trasmetterla.
La comunità esiste perché il Vangelo continui a essere annunciato, celebrato e testimoniato nel quartiere e perché altre persone possano incontrare Cristo e imparare ad affidarsi a lui.
Per questo la domanda di Gesù diventa anche una domanda sulla nostra comunità: per quale missione stiamo impiegando ciò che ci è stato affidato?
Il tempo delle persone, le loro competenze, le energie spirituali, le risorse economiche, gli spazi, le strutture, gli strumenti della comunicazione: tutto ciò che abbiamo ricevuto chiede di essere continuamente ricondotto alla missione della Chiesa.
Non si tratta di fare di più, si tratta di sottoporre a discernimento.
Se questa è l’opera di Dio, siamo chiamati a riconoscere dove Dio sta già operando e a mettere la nostra comunità a servizio di quell’opera.
Il vostro parroco,
don Giovanni