Il Vangelo proposto dalla liturgia Ambrosiana nella seconda domenica di Avvento (Lc 3,1-18) ha la struttura di un editoriale antico: snocciola nomi, poteri, geografie. È una pagina che ha la concretezza di un comunicato stampa dell’Impero romano. E proprio lì, in quel tessuto di storia e dominazioni, l’evangelista Luca piazza il dettaglio più sorprendente: «La Parola di Dio scese su Giovanni nel deserto». È una notizia inattesa. Non scende nei palazzi, non prende parola attraverso Caifa o Pilato, non passa per gli snodi dell’apparato religioso. La Parola sceglie realtà marginali, il silenzio, il luogo dove nulla può essere manipolato. Un movimento tipico dell’Avvento: Dio non entra mai dalla porta che ci aspettiamo. Nella Bibbia il deserto è lo spazio in cui non puoi nasconderti da nessuna parte, è il luogo tutte le voci si tacciano finché ne rimane una sola: quella che ci chiama a diventare più veri.
Il termine che Giovanni pronuncia con più forza è quello che più spaventa: conversione. La conversione, nella sua voce, ha il tono dei lavori in corso: «Preparate la via del Signore… colmate, abbassate, raddrizzate». La vera conversione non consiste nel rifare la facciata, ma nel mettere mano alle fondamenta: Come dice un autore spirituale, «Dio non vuole aggiustarti, vuole generarti». Per questo Giovanni non propone riti aggiuntivi né imprese eroiche, ma gesti concreti di conversione: condividere, essere giusti, non approfittare degli altri. È una spiritualità che si traduce in civiltà, una fede che diventa carne nelle scelte quotidiane. Il Vangelo, allora, non chiede di essere “più buoni”, ma di essere più veri. Di smettere di temere la luce.
La pagina evangelica di questa seconda Domenica di Avvento pone la predicazione del Battista dentro un quadro politico preciso. Non per fare geopolitica, ma per ricordarci che l’annuncio della salvezza non è un’esperienza privata. La conversione ha un peso pubblico, genera atteggiamenti visibili. Le scelte di una singola coscienza possono disinnescare la logica del sopruso, della menzogna, del cinismo. Le tue scelte private hanno sempre un risvolto relazionale, sociale, comunitario. Charles Péguy, poeta inquieto e profetico, scriveva: «La santità non è dentro di noi come in una fortezza. È nella strada, nel lavoro, nel gesto fatto per un altro.» È la stessa linea del Battista: la fede cambia la vita perché entra nei legami, nei mestieri, nelle relazioni, nelle città. In un tempo in cui la paura chiude, Giovanni il Battista invita ad aprire un varco. In un tempo in cui le identità si irrigidiscono, Giovanni esorta al coraggio di sciogliere. In un mondo che si abitua al buio, Giovanni accende una torcia che sa fare luce.
Eppure, mentre la voce del Battista sembra dura come pietra, l’evangelista Luca la definisce sorprendentemente «buona notizia». Come può essere buona la richiesta di convertirsi? Perché non è innanzitutto un rimprovero, ma un invito a rinascere. Non è un esame da superare, ma un varco da attraversare. Il grande teologo Romano Guardini scriveva che la venuta di Dio «non ci toglie nulla se non ciò che ci rende infelici». Ecco la buona notizia del Battista: lasciare che Dio ci spogli delle maschere d’insincerità che ci soffocano. L’Avvento non è un tempo per fare di più, ma per fare spazio a Dio e permettere alla Parola di Dio di scendere – come fece su Giovanni – in quelle zone dove nessuno entra mai: le complicazioni taciute, le stanchezze accumulate, le attese senza nome, le ferite mai del tutto davvero guarite, le zone grigie della nostra interiorità non ancora totalmente illuminate dalla luce sfolgorante del Vangelo. Il deserto di Giovanni il Battista non è geografia, è una mappa dell’interiorità. È il luogo in cui tornare a distinguere tra ciò che è urgente e ciò che è essenziale.
Cari Parrocchiani, la voce del Battista, anche oggi, ha il compito di togliere il sonno alle coscienze addomesticate e assopite. Nel tempo accelerato e rumoroso della modernità, il Vangelo continua a presentarsi come una Parola che non tranquillizza, ma desta. Non come un balsamo anestetizzante, bensì come un annuncio che apre spazi interiori, scompiglia equilibri, genera domande nuove. Nel dibattito culturale contemporaneo, spesso dominato da narrazioni che invitano alla chiusura, alla difesa, all’identità come trincea, alla polarizzazione del dibattito, la logica evangelica propone un’altra cosa: un’apertura. Papa Francesco ricordava che «il Vangelo è una forza di libertà; non ci imprigiona nelle nostre paure ma ci spinge a camminare». Non è un codice che addormenta, ma un germe che provoca movimento. La forza liberante del vangelo di Cristo è capace di generare processi di emancipazione e risveglio critico. La sua forza non risiede soltanto nei contenuti teologici, ma nella capacità di attivare nuove forme di soggettività e di contestare assetti sociali ingiusti consolidati. La nostra società contemporanea è figlia di una razionalità che ottimizza, calcola, governa, ma raramente libera. In questo contesto, la logica evangelica rappresenta un punto di rottura. Non si colloca nella sfera dell’utile, ma dell’”eccedenza” etica: invita a guardare oltre il calcolo, oltre la funzione sociale, oltre la produzione di consenso. La preferenza evangelica per gli esclusi, gli “scartati”, dialoga con le analisi di Nancy Fraser, secondo cui ogni ordine sociale contiene “linee di riconoscimento” che includono alcuni e silenziano altri. Il racconto evangelico, mettendo al centro coloro che sono ritenuti marginali, destabilizza queste linee e si oppone alla dilagante “cultura degli scarti” presente in modo preoccupante nelle nostre opulenti società occidentali.
Questa dimensione provocatoria del messaggio cristiano come sfida era già stata intuita dal teologo e martire tedesco Dietrich Bonhoeffer, che scriveva: «Quando Cristo chiama un uomo, gli ordina di venire e morire». Che significa: morire a ciò che ci tiene schiavi, alle convenzioni che ci anestetizzano, alle omologazioni delle nostre società che sminuiscono il coraggio di scegliere, alle abitudini che spengono la voce interiore. Parole dure, ma proprio per questo liberanti, perché restituiscono all’uomo la responsabilità del proprio cammino. Tutto questo ci ricorda che la storia non è un blocco immobile, ma un grembo. Che nulla è irreversibile quando Dio si avvicina. Che la conversione non è un dovere religioso, ma la possibilità di ricominciare. Forse l’Avvento ci chiede proprio questo: Non di aggiungere, ma di liberare. Non di conservare, ma di aprire un varco in noi da cui Dio possa entrare e rigenerarci. E che la Parola di Dio possa ancora una volta scendere nel deserto delle nostre “periferie esistenziali” e farne il luogo in cui la speranza prende corpo.
Il vostro parroco,
don Giovanni