Ci sono persone che teniamo in rubrica e persone che teniamo in archivio. Le prime le salutiamo volentieri, le seconde speriamo di non incontrarle al supermercato. È la geografia sentimentale di ogni essere umano: amici da una parte, avversari dall’altra. Noi da una parte, loro dall’altra.
Poi arriva Gesù e, come spesso gli accade, scompiglia le carte.
«Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano».
Non dice di approvarli. Non dice di farsi mettere i piedi in testa. Non dice nemmeno che siano simpatici. Dice qualcosa di molto più difficile: non permettere che il male ricevuto decida chi sei. Perché il rischio più grande non è avere un nemico. È diventargli simile.
Il Vangelo della II Domenica dopo Pentecoste rivela un particolare che di solito ci sfugge. Gesù non chiede di amare i nemici per fare una buona azione. Chiede di amarli per assomigliare a Dio.
Il sole e la pioggia
E come descrive Dio?
Con un’immagine disarmante: il sole che sorge sui cattivi e sui buoni, la pioggia che cade sui giusti e sugli ingiusti.
Il sole non controlla le fedine penali prima di illuminare. La pioggia non domanda il certificato di buona condotta prima di scendere.
La natura di Dio è la gratuità.
Noi, invece, siamo specialisti della reciprocità. Amiamo chi ci ama. Salutiamo chi ci saluta. Concediamo fiducia a chi l’ha meritata. È il sistema più logico del mondo.
Ma Gesù osserva che, se facciamo solo questo, non stiamo inventando nulla di nuovo. Stiamo semplicemente seguendo l’istinto.
Il cristianesimo comincia dove finisce il calcolo. Quando smettiamo di domandarci cosa merita l’altro e iniziamo a domandarci quale persona vogliamo diventare.
Per questo il comando di Gesù non è un esercizio di buonismo. È una liberazione.
Finché il nostro amore dipende dal comportamento degli altri, saremo sempre ostaggio degli altri. Quando invece impariamo a rispondere al male senza riprodurlo, a custodire la dignità senza cedere al rancore, allora qualcosa di Dio comincia a respirare dentro la nostra vita.
Una perfezione diversa
«Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
È una frase che, a una prima lettura, mette quasi ansia. Perché la perfezione sembra il territorio esclusivo di chi non sbaglia mai.
Ma basta guardarsi attorno, o meglio ancora dentro, per capire che non siamo stati progettati per essere impeccabili.
Forse Gesù sorrideva mentre pronunciava queste parole. Perché sapeva bene che nessuno di noi avrebbe potuto appendere al muro il diploma di “perfetto” e dichiarare concluso il percorso.
La perfezione evangelica non è un traguardo raggiunto una volta per tutte. È una direzione.
E la notizia, per alcuni confortante e per altri meno, è che questo cammino termina soltanto con l’ultimo respiro.
Fino ad allora siamo tutti apprendisti. Tutti in cammino. Tutti alle prese con qualche spigolo che il Vangelo ci chiede pazientemente di smussare.
L’umiltà di chi continua a camminare
La condizione necessaria è l’umiltà.
Non sentirsi mai arrivati. Non considerarsi già bravi. Non immaginarsi impeccabili.
Perché il momento più pericoloso della vita spirituale non è quando cadiamo, ma quando pensiamo di non poter più cadere.
I santi non sono persone convinte della propria perfezione. Sono uomini e donne che non hanno mai smesso di lasciarsi correggere dall’amore di Dio.
La perfezione di cui parla Gesù assomiglia allora meno a una statua di marmo e più a un sentiero. Non consiste nell’essere senza difetti, ma nel non smettere di camminare. Nel rialzarsi. Nel ricominciare. Nel lasciare che il cuore diventi, poco alla volta, più largo.
Come il sole
Come il sole.
Che continua a sorgere ogni mattina senza chiedere se il mondo sia finalmente diventato degno della sua luce.
Il vostro parroco,
don Giovanni