Tutti ci portiamo nel cuore un desiderio profondo e umanamente incolmabile: il desiderio di essere amati. È proprio come la sete: non possiamo farne a meno. È un desiderio che non si colma mai fino in fondo, è una voragine. Non ci sembra mai di essere amati abbastanza.
E per questo ci sentiamo feriti, come se nessuno riuscisse mai a comprenderci in questo nostro desiderio così impellente e urgente.
Da sempre, la sete è l’immagine più frequente per indicare il desiderio. Ci possono mancare tante cose, ma di alcune non possiamo fare a meno. Proprio come non possiamo fare a meno dell’acqua, così non possiamo rinunciare al nostro desiderio di essere voluti bene.
Per questo ci mettiamo a cercare. Oppure aspettiamo. E a volte cerchiamo nei luoghi sbagliati, chiediamo là dove non c’è l’acqua che davvero può dissetarci.
Il Signore, invece, ci conosce fino in fondo e ci viene incontro per rispondere a quella nostra sete d’amore che solo Lui può colmare.
Anche la donna samaritana del Vangelo di Giovanni è una donna che desidera essere amata. Ha sete. E forse ha cercato una risposta alle sorgenti sbagliate.
Giovanni colloca l’incontro di questa donna con Gesù accanto a un pozzo, un luogo che nell’Antico Testamento è spesso associato ai matrimoni, dove ci si incontra o si combinano le nozze.
L’incontro avviene a un orario insolito, a mezzogiorno, quando, a causa del sole alto, si preferisce restare in casa o all’ombra. Eppure questa donna va a prendere l’acqua proprio in quell’ora, sottoponendosi a una fatica durissima e rischiando di riportarsi a casa un’acqua già calda.
Possiamo immaginare che scelga quell’ora per non incontrare nessuno. Non vuole essere vista, perché probabilmente la gente conosce la sua storia: una storia fatta anche di errori, una storia che è già stata giudicata e condannata.
Ma l’ora sesta, mezzogiorno, è anche l’ora in cui c’è più luce. Giovanni sembra dirci che quell’incontro è un momento di rivelazione.
Da una parte Gesù si rivela, si fa conoscere; dall’altra fa luce nella vita di questa donna, fa emergere la sua storia. Una storia in cui ci sono cinque mariti più un altro uomo che non è neppure marito.
Forse è l’immagine di una ricerca d’amore che non ha trovato risposta. Sei uomini in tutto: il numero sei indica imperfezione e rimanda a un settimo, alla completezza. Manca lo sposo vero, colui che può colmare la sete d’amore.
Questo incontro rischia di naufragare a causa dei rapporti difficili tra i popoli cui appartengono Gesù e la donna. Occorre andare oltre gli schemi e i pregiudizi.
Per rendere possibile l’incontro, Gesù si mostra povero, bisognoso: chiede da bere, confessa la sua sete, chiede a questa donna di prendersi cura di Lui.
Quando ci mostriamo potenti e autosufficienti, gli altri si allontanano. L’umiltà, invece, apre uno spazio in cui l’altro può entrare senza sentirsi minacciato.
Gesù aiuta la donna a far emergere la sua storia, non per giudicarla, ma per aiutarla a capire dove può trovare ciò che cerca.
Quando però si accorge che Gesù sta toccando la sua vita, la donna comincia a difendersi. Sposta il discorso su questioni religiose, sui luoghi della fede, sulle differenze tra popoli.
Sono quei modi eleganti e “cerebrali” con cui, talvolta anche nella nostra preghiera, cerchiamo di impedire alla Parola di Dio di toccare davvero la nostra vita.
Gesù oltrepassa queste resistenze. E quando la donna parla dell’attesa del Messia, coglie l’occasione per rivelarle la cosa più importante: «Sono io, che ti parlo».
Questa frase è una meravigliosa dichiarazione d’amore. Gesù è Colui che colma il nostro profondo desiderio di essere amati e supera ogni nostra resistenza.
Carissimi Parrocchiani, il Vangelo di Giovanni che la liturgia Ambrosiana ci propone in questa seconda Domenica di Quaresima ci presenta una donna che, dopo tante ferite interiori, si è sentita amata per davvero, al punto da correre via per annunciare la sua esperienza.
Portare il Vangelo significa innanzitutto portare la propria esperienza di essere amati. Questa donna si è sentita ascoltata, capita, perdonata.
Giovanni aggiunge un dettaglio delicato e significativo: la donna corre via lasciando la sua anfora ai piedi di Gesù.
Quell’anfora rappresenta il suo passato, il peso che si sentiva costretta a portare sulle spalle a causa della sua storia. Ora può lasciarlo ai piedi di Gesù. È una donna riconciliata con la sua vita. Il suo desiderio ha finalmente trovato risposta.
Alla luce di questa pagina evangelica, domandiamoci: come stiamo cercando di rispondere al nostro desiderio profondo di essere amati?
Siamo pronti a lasciare la nostra anfora ai piedi di Gesù?
Il vostro parroco,
don Giovanni