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Le ferite che parlano: il Vangelo che ricomincia da dentro | Settimanale 12 aprile 2026

Otto giorni dopo la Pasqua, Gesù viene. Le porte sono chiuse, ma non bastano a fermarlo. Non è un dettaglio: è già un messaggio. L’Amore di Misericordia non conosce barriere, nemmeno quelle più solide — la paura, il senso di colpa, l’incredulità. Dentro quella casa non c’è solo timore dei “Giudei”. C’è qualcosa di più profondo e più scomodo: la paura di sé stessi. I discepoli non sono soltanto minacciati dall’esterno, sono feriti dentro. Hanno tradito, sono fuggiti, hanno rinnegato. E ora si ritrovano senza il Maestro, senza direzione, senza fiducia. È il tempo delle speranze crollate. E forse, se siamo onesti, è anche il nostro tempo.

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Il ritorno dell’Abbandonato

Eppure accade l’impensabile: Gesù torna. Non per chiedere conto, e nemmeno per rinfacciare. Torna e sta in mezzo. È un rovesciamento radicale: l’abbandonato ritorna da chi lo ha abbandonato, il tradito si riconsegna nelle mani di chi lo ha tradito. Ci viene mostrata la forma dell’Amore di Cristo, la forma più alta dell’amore. Un amore che non si ritira quando viene ferito, ma rilancia. Qui nasce la bellezza della fede cristiana: non nel fatto che noi siamo all’altezza, ma nel fatto che Lui continua a raggiungerci anche quando non lo siamo stati.

Dio entra nei nostri “cenacoli”

Quei discepoli chiusi in casa non sono lontani da noi. I nostri cenacoli oggi hanno altre forme: stanze interiori, difese emotive, distanze relazionali. Ci chiudiamo quando siamo delusi da noi stessi, quando il mondo ci spaventa, quando non capiamo più la direzione. Ed è lì che accade qualcosa di decisivo: il Risorto entra comunque. Non aspetta condizioni ideali. Non pretende una fede perfetta. Raggiunge il cuore così com’è — fragile, esitante, contraddittorio.

Tommaso: il coraggio di non fingere

Tommaso non è il simbolo del dubbio, ma dell’onestà. Non accetta scorciatoie. Non si accontenta di parole prese in prestito. Vuole un’esperienza vera. E quando Gesù si presenta, Tommaso non “cede” a una prova: si arrende a una presenza. Non è la vittoria di un ragionamento, ma l’impatto di un incontro. Davanti a lui c’è un corpo che conserva memoria. Le ferite non sono cancellate: parlano. Raccontano una storia. Sono l’alfabeto dell’amore.

Le ferite che diventano luce

Quelle piaghe che immaginavamo scomparse sono lì, visibili e offerte. La Pasqua non cancella il Venerdì Santo: lo attraversa, lo compie, lo trasfigura. Il Risorto è il Crocifisso: un’unica storia riletta alla luce dell’amore. E allora cambia anche lo sguardo sulle nostre ferite. Non sono belle in sé e non vanno cercate, ma possono diventare feconde. Possono aprire invece che chiudere, renderci più umani. La debolezza, attraversata dalla Grazia, diventa capacità di relazione. Le cicatrici diventano punti di contatto.

Una mano tesa: il metodo di Dio

C’è un gesto che la pagina evangelica di questa Domenica ci consegna: Gesù tende le mani. Offre, si espone, si lascia toccare. Mostra il mistero di un Dio vulnerabile, perché è Amore e solo l’amore autentico conosce questa vulnerabilità. A Tommaso basta questo. La fede non nasce da una pressione, ma da un incontro che libera: dall’esperienza di qualcuno che non ti giudica mentre sei fragile, ma ti sostiene finché torni a respirare.

Evangelizzare oggi: meno parole, più ferite luminose

In questo passaggio il Vangelo diventa una provocazione diretta per noi che siamo la Chiesa di oggi. Se Gesù evangelizza così — con le ferite, con la vicinanza, con la pazienza — allora dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che spesso non seguiamo la Sua via. A volte la Chiesa appare più preoccupata di difendere posizioni che di tendere mani, più attenta a spiegare che ad accompagnare, più pronta a correggere che ad ascoltare. E così rischia di parlare una lingua che non arriva più al cuore.

Il Vangelo di questa domenica indica un’altra strada, molto concreta: una Chiesa che entra a porte chiuse, senza aspettare che tutto sia in ordine, andando incontro alle persone dove sono; una Chiesa che non si scandalizza del dubbio, ma lo accoglie come possibile luogo di incontro, riconoscendo che il dubbio non è il nemico della fede ma può esserne l’inizio; una Chiesa che mostra le proprie ferite, senza paura di apparire fragile, perché è proprio lì che diventa credibile; una Chiesa che tende le mani prima di chiedere qualcosa, offrendo prossimità prima di proporre percorsi. Evangelizzare oggi non significa riempire spazi di parole, ma creare luoghi capaci di incontro. Non si tratta di convincere, ma di rendere visibile una presenza. Se le persone oggi faticano a credere, non è solo per mancanza di risposte, ma spesso per mancanza di incontri autentici.

Beati quelli che camminano nel buio

“Beati quelli che non hanno visto eppure credono.” Non è una frase per pochi eletti, ma una promessa per tutti coloro che camminano con un cuore ancora carico di incertezze: per chi prova, cade e riparte; per chi cerca senza avere tutto chiaro. È la beatitudine dei nostri giorni.

La luce passa dalle ferite

La Pasqua di Cristo non elimina il dolore, ma lo raggiunge e lo attraversa. Non cancella le nostre ferite, ma le trasforma in feritoie. È una buona notizia, anche se esigente: la vita nuova nasce proprio lì dove pensavamo fosse finita. La luce passa dalle ferite.

Buon tempo pasquale.

Il vostro parroco,
don Giovanni

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