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“Ecco l’Agnello di Dio” | Settimanale 19 aprile 2026

C’è qualcosa di profondamente sovversivo nella figura di Giovanni il Battista. In un tempo – come il nostro – in cui ogni relazione rischia di diventare possesso, trattenimento, costruzione di consenso, Giovanni appare come un uomo radicalmente libero. Non perché non abbia legami, ma perché non ne è prigioniero. “Ecco l’Agnello di Dio”. In questa parola si gioca tutto. Non è solo un annuncio cristologico: è un atto spirituale di straordinaria portata. Giovanni rinuncia a essere il centro. Rinuncia a trattenere su di sé lo sguardo dell’altro. Rinuncia, potremmo dire, alla tentazione più sottile: quella di essere necessario. Qui si apre il tema decisivo della libertà interiore.

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La tentazione del trattenere

Chi educa, chi accompagna, chi serve nella Chiesa conosce bene – almeno implicitamente – una dinamica ambigua: il desiderio di essere riconosciuti, di essere seguiti, di contare nella vita dell’altro. Non è un desiderio cattivo, ma può diventare una trappola. Quando l’altro diventa la conferma della nostra identità, smettiamo di essere liberi. E smettiamo anche di essere veramente educatori. Giovanni il Battista spezza questa logica. Non costruisce discepoli per sé, non crea dipendenza, non alimenta il bisogno dell’altro di restare attaccato a lui. Al contrario: lo espone a un Altro. Questo gesto è tutt’altro che spontaneo. È il frutto di una profonda libertà interiore: la libertà di non occupare il posto di Dio nella vita dell’altro.

Indicare non è perdere

Dal punto di vista umano, il gesto di Giovanni appare come una perdita. I suoi discepoli lo lasciano, la sua centralità si riduce, la sua voce si fa sempre più marginale. Eppure, proprio qui si manifesta la verità del suo desiderio. Giovanni non desidera essere seguito: desidera che l’altro incontri Cristo. Il suo compimento non è nel trattenere, ma nel consegnare. In termini più profondi: Giovanni il Battista è un uomo che non confonde il proprio desiderio con il proprio bisogno. Il bisogno trattiene, il desiderio autentico invece apre, libera, orienta. Questa è la grande lezione per ogni educatore, catechista, accompagnatore spirituale: non si tratta di riempire l’altro di noi, ma di renderlo capace di andare oltre noi.

La libertà di diminuire

“Lui deve crescere, io invece diminuire”. Questa parola non è un gesto di umiliazione, ma di verità. Giovanni non si annulla: si colloca nel posto giusto. La libertà interiore non è sparire, ma non occupare più spazio del necessario. È sapere che il proprio compito è transitorio, penultimo. È accettare che il legame con l’altro non sia definitivo. In un certo senso, Giovanni accetta di essere dimenticato. E questo è forse il segno più alto della sua libertà. Non ha bisogno di lasciare un’impronta, ma ha il desiderio vivo e consapevole di orientare verso Cristo.

La Chiesa e il rischio del protagonismo

Questa dinamica non riguarda solo le singole persone, ma anche la Chiesa nel suo insieme. Esiste sempre il rischio che la comunità cristiana diventi autoreferenziale: che parli di sé, che cerchi consenso, che costruisca appartenenze più che incontri. Il gesto di Giovanni resta allora una provocazione permanente: la Chiesa esiste per indicare, non per sostituire; per orientare, non per trattenere. Ogni volta che l’annuncio si trasforma in autoaffermazione tradisce il Vangelo. Ogni volta che il servizio diventa ricerca di riconoscimento perde la sua verità.

Una libertà che genera libertà

La libertà interiore di Giovanni non è solo per sé: è una libertà generativa, perché libera anche gli altri. Un educatore libero non crea discepoli dipendenti, ma persone capaci di camminare nella bellezza della libertà. Un catechista libero non chiede adesione a sé, ma apre alla relazione con Cristo. Un testimone libero non occupa lo spazio, ma lo rende abitabile. Un genitore libero non trasforma i figli nell’estensione di sé e dei propri desideri, ma è capace di spingerli verso la vita oltre il nucleo ristretto della propria famiglia. E questo è decisivo oggi, forse più che mai. In un tempo in cui tanti cercano riferimenti, guide, punti fermi, la tentazione di sostituirsi a Cristo è reale. Ma è proprio qui che si gioca la verità del servizio ecclesiale. “Ecco l’Agnello di Dio” è una parola che chiede a chi la pronuncia di essere libero: libero dal bisogno di essere al centro, libero dal timore di perdere, libero di consegnare. Giovanni il Battista non è solo il precursore di Cristo: è il modello di ogni educatore che ha compreso che il proprio compito non è trattenere l’altro, ma accompagnarlo fino a un incontro che lo supera. E forse, in questo gesto di indicare senza possedere, si nasconde una delle forme più alte dell’amore: lasciare che l’altro vada, perché trovi finalmente la sua verità.

“Ecco l’Agnello di Dio” – La provocazione che parla anche a noi presbiteri

Quando presiedo l’Eucaristia nella liturgia e pronuncio le parole “Ecco l’Agnello di Dio”, sento che non sto semplicemente adempiendo a un gesto rituale. Sto entrando in una verità che mi supera e, allo stesso tempo, mi interpella. È una parola che non descrive solo Cristo: descrive anche me, il mio ministero, la mia libertà interiore. In quel momento, davanti al popolo di Dio che mi è affidato, percepisco una provocazione silenziosa ma radicale: sono chiamato a indicare, non a sostituire; a condurre, non a occupare; a rendere presente Cristo, non a diventare il centro dello sguardo.

E non è una verità acquisita una volta per tutte. È una conversione continua. Infatti proprio lì la liturgia mi riporta a una verità che è anche una spoliazione: non sono io l’Agnello, non sono io la salvezza, non sono io la destinazione. Sono un segno. E un segno è tale solo se rimanda oltre sé stesso. In questo sento la forza della figura di Giovanni il Battista, non come modello ideale distante, ma come fratello nella stessa chiamata: quella di diminuire perché Cristo cresca. Non come annullamento, ma come libertà. La libertà di non dover occupare lo spazio spirituale dell’altro.

Pronunciare quelle parole di Giovanni il Battista in ogni Santa Messa è un gesto esigente. È un atto che decentra. È una parola che educa, perché ricorda che il ministero non è possesso del mistero, ma servizio alla sua manifestazione. E mentre la pronuncio avverto anche un’altra dimensione: non è solo Cristo che, nella sua presenza eucaristica, viene esposto davanti alla comunità, ma anche il mio modo di stare davanti a Lui. In quel “Ecco” si rivela se sto trattenendo su di me lo sguardo oppure se lo sto restituendo a Lui.

La provocazione più profonda sta proprio qui: il rischio che la mia presenza, invece di aprire al mistero, diventi un punto di arresto, che l’assemblea si fermi a me invece di attraversarmi. Per questo quella parola chiama tutti i presbiteri a una vigilanza interiore. Ricorda che la nostra identità sacerdotale non si compie quando siamo al centro, ma quando riusciamo a non esserlo.

E tuttavia non è una sottrazione sterile. Non è un perdere importanza. È piuttosto un ritrovare la verità del servizio: essere trasparenza, essere soglia e non destinazione. Ogni Eucaristia diventa così un esercizio di libertà interiore, la libertà di Giovanni il Battista, la libertà di chi non ha paura di diminuire perché sa che ciò che conta non gli appartiene.

E allora comprendo che questa parola non è solo una proclamazione rivolta agli altri, ma è una parola rivolta anche a me. È una domanda che mi attraversa: dove stai ponendo il centro del tuo desiderio? Se il mio ministero diventa ricerca di me stesso, allora smette di essere evangelico. Se invece diventa spazio perché Cristo sia visto, allora si compie. “Ecco l’Agnello di Dio” è, per me, una continua verifica, una soglia che mi chiede di non tradire la libertà che mi è stata affidata.

E forse, ogni volta che la pronuncio con verità, non sto solo mostrando Cristo al popolo: sto imparando di nuovo a lasciarmi decentrare da Lui.

Il vostro parroco,
don Giovanni

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