Skip to content Skip to footer

“Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce” | Settimanale 14 dicembre 2025

Nel prologo del Vangelo di Giovanni c’è un dettaglio che sorprende e quasi spiazza: l’evangelista, nel presentare Giovanni Battista, avverte che “egli non era la luce”. È un’affermazione che potrebbe sembrare superflua, ma che in realtà custodisce una sapienza profonda: l’identità del discepolo non nasce dallo sforzo di brillare di luce propria, ma dalla disponibilità ad indicare una luce che non è sua. Lo spazio spirituale dove l’uomo incontra Dio è quello dell’umile verità su di sé. Giovanni non confonde mai la propria voce con la Parola di Dio, né la sua lanterna luminosa con il sole che sta sorgendo. È proprio questa trasparenza di una luce che non gli appartiene, che lo rende grande. Il Battista non mette al centro la sua persona, ma la trasparenza del suo rimando a Cristo. Alla luce di questa pagina di Vangelo dovremmo cercare di riconoscere i punti ciechi che ci abitano: quelle zone dove vorremmo essere luce, ma finiamo per essere ombra e impedire alla luce di Cristo di risplendere in noi, nelle nostre relazioni, nello stile con cui ci mettiamo a disposizione della comunità cristiana. Il Battista ci insegna che il compito del credente non è cancellare le proprie ombre, bensì accettare di non essere la sorgente, perché solo così la luce vera può filtrare attraverso di noi.

–> Scarica il settimanale <–

Siamo chiamati in forza del nostro Battesimo ad essere testimoni dell’Amore di Cristo. La testimonianza non è propaganda, fiction, forzatura, è piuttosto un lasciarsi attraversare dalla bellezza della Grazia di Dio. Chi s’illude di “essere luce” rischia inevitabilmente l’inganno della presunzione spirituale; chi accetta invece di essere solo un segno che rimanda oltre, permette a Cristo di illuminare il volto umano. Sant’Agostino, commentando questo passo, dice con profondità: «Giovanni era fiaccola accesa, ma non era la luce. La fiaccola è accesa dalla luce, e se non fosse accesa, non brillerebbe» (cf. In Ioann. Ev. tract. 2). È una visione meravigliosa: la fiaccola che arde non è protagonista del bagliore, ma ne è portatrice. Senza la luce, rimarrebbe un semplice pezzo di legno; con la luce, diventa segno che guida la notte. Così è ogni vita credente: non genera luce propria, ma può custodire la brace che Dio vi accende.

Una testimonianza che libera

La grandezza del Battista è la sua libertà dagli sguardi e dalle attese degli altri. Non cerca consensi, non reclama meriti, non occupa la scena. Si fa ponte, non meta; invito, non arrivo. Nella logica del Vangelo, la testimonianza non schiaccia ma libera: non trattiene, ma conduce oltre. Il cristiano non è chiamato a essere esempio perfetto, ma spazio disponibile, fragile ma aperto, attraverso cui la Luce possa raggiungere altri. Non è questione di brillare, ma di indicare i passi che ci hanno salvato attraverso l’incontro con Cristo. Noi possiamo solo essere strumenti della Luce di Dio, con la Carità del nostro cuore, con la rettitudine del nostro agire, con la forza della nostra fede, ma non siamo noi la salvezza, solo Cristo salva! «Egli non era la luce» è un invito alla verità e all’umiltà; «doveva rendere testimonianza» è l’appello alla responsabilità. Tra questi due poli si gioca la nostra vocazione: riconoscere che tutto viene da Dio, e dire con la vita che tutto torna a Lui.

“Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”

A volte, forse, abbiamo l’impressione che la nostra vita assomigli ad un lungo inverno. Siamo presi dallo scoraggiamento. E la vita ci sembra un lento procedere verso un inesorabile declino. E le vicende della storia, la debolezza delle istituzioni, gli inganni della finanza, non fanno altro che consolidare l’impressione di vivere in una lunga notte dell’umanità. Insomma, tutto il contrario di quella pienezza di cui ci parla il Vangelo di questa quinta Domenica di Avvento Ambrosiano. Talvolta, nel lungo inverno della vita e della storia del mondo, sembra aleggiare un vuoto carico solo di aridità.

L’inverno non è solo una stagione: diventa un simbolo del cuore, un clima della coscienza, metafora del contesto in cui viviamo. Nella letteratura, molti autori hanno saputo leggere l’inverno come metafora di una condizione spirituale. Dostoevskij, ad esempio, descrive spesso personaggi avvolti da un gelo che non è solo meteorologico ma esistenziale: “la notte era fredda e tagliente come un dubbio”, scrive. Anche Cesare Pavese, nelle sue pagine più dense, parla dell’inverno come di una “terra che trattiene il respiro, aspettando qualcosa che non arriva”. È la percezione di un’attesa che sfianca, di una promessa che pare sempre rinviata. È ciò che accade anche a noi: nei momenti di stanchezza sentiamo che la vita procede come sotto una coltre di neve. Le speranze rallentano, la fiducia si affievolisce, il futuro sembra un orizzonte sfuocato. Le vicende della storia – la fragilità delle istituzioni, la precarietà economica, la violenza che riaffiora, le guerre che si accalcano una dietro l’altra – amplificano la percezione di un’umanità immersa in una lunga notte. L’inverno può essere metafora dell’aridità: il terreno non dà frutti, gli alberi restano nudi, il mondo sembra sospeso in attesa di qualcosa che ancora non si vede. Ed è proprio qui che la pagina evangelica della V Domenica di Avvento introduce un cambio repentino, quasi uno scarto narrativo: in mezzo a questo paesaggio gelido, viene proclamata una pienezza.

La pienezza che spezza il gelo della storia

“Dalla sua pienezza”. Il Vangelo non ci offre un sentimento, ma una realtà che irrompe. Non parla di una luce che forse arriverà, ma di una pienezza già presente, già traboccante. È Cristo stesso. La letteratura conosce bene il momento in cui la scena cambia improvvisamente: come quando, nei romanzi di Tolstoj, un raggio di sole invernale colpisce un vetro e improvvisamente la stanza si riempie di una luce nuova; o come in Manzoni, quando la speranza entra inaspettata nella notte di Lucia attraverso la voce dell’Innominato che si arrende a Dio. Lì dove sembrava esserci solo gelo, si apre un varco. Allo stesso modo, la venuta di Cristo non è un’aggiunta marginale: è pienezza che entra nel vuoto. È come se tutta l’umanità, intirizzita e stanca, avvertisse nel cuore che l’inverno non è l’ultima parola. La pienezza di Cristo non riempie soltanto: trasfigura. Non colma come si colma un contenitore, ma come la primavera colma l’inverno trasformando il paesaggio. Cristo non porta semplicemente un senso: è il senso. È Lui a rivelare che la nostra vita non è un lento consumarsi, ma un cammino verso una destinazione luminosa. È Lui a dire che il mondo non è abbandonato alla sua notte, ma custodito da una promessa fedele. È Lui a dichiarare che l’uomo non è condannato all’incompletezza, ma è chiamato ad un destino di eternità.

La pienezza che dà bellezza e destino

Cari Parrocchiani, un autore come Julien Green amava ripetere che “la vera tragedia non è soffrire, ma non sapere perché si vive”. La venuta di Cristo scioglie esattamente questa tragedia: restituisce il perché. Illumina il destino. Restituisce bellezza alla fatica quotidiana, dignità ai piccoli gesti, valore ai giorni che sembrano uguali. Ogni frammento della vita, “dalla sua pienezza”, diventa luogo di grazia. E così l’inverno, che all’inizio appariva interminabile, non viene negato, ma attraversato. La grazia non cancella la debolezza, ma la visita. Non elimina il gelo, ma accende in esso una brace che non si spegne. L’uomo che accoglie Cristo non evita la notte: scopre che nella notte brilla una luce che non è sua. Scopre che il vuoto non è l’abisso finale, ma lo spazio dove Dio può versare la sua pienezza. Scopre che la bellezza non è un’illusione, ma il segno del suo destino vero: essere figlio nella luce di Dio.

Il vostro parroco,
don Giovanni

Leave a comment