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Il mistero del Santo Natale alla luce della Pasqua | Settimanale 7 dicembre 2025

Nel Vangelo della IV Domenica di Avvento secondo il rito Ambrosiano, la liturgia ci sorprende con un’immagine insolita: invece di portarci verso la capanna di Betlemme, ci conduce all’ingresso di Gesù a Gerusalemme, sulla soglia della settimana santa! Nell’itinerario della liturgia Ambrosiana, la IV Domenica è collocata simbolicamente come una porta. Presentare il Vangelo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme significa ricordare che il Bambino che sta per nascere è il Messia che si offre sulla Croce. È un modo teologico per dire che la mangiatoia illumina la Croce e la Croce illumina la mangiatoia. Quasi un avvertimento: Natale non è un sentimento melense e sdolcinato, ma il primo passo di un cammino di salvezza che passa attraverso il dono totale di Cristo. Sì tratta di una scelta antica, già attestata nelle forme più primitive della liturgia milanese. Il nostro rito Ambrosiano si distingue da quello romano per un uso più frequente dei testi che rivelano la signoria regale di Cristo. Sant’Ambrogio, nei suoi commenti, collega più volte la nascita di Gesù al suo ingresso regale e alla sua passione, come due manifestazioni uniche dello stesso Mysterium Christi. Il Figlio che nasce è il Re mite che entra a Gerusalemme. Prepararsi al Natale significa prepararsi ad accogliere Cristo nella sua interezza: mite, servo, re, salvatore, crocifisso e risorto. Per questo, la liturgia Ambrosiana invita a contemplare il Natale non come una scena isolata, ma come la prima pagina del grande mistero della redenzione. L’Amore ininterrotto di Dio che si dispiega nella storia e nel tempo.

Gesù entra nella città dell’uomo, un’immagine che riecheggia il divenire di Dio nelle nostre città, nelle convivenze umane. La Grazia del Natale ci rammenta il Mistero di Cristo che anche oggi, qui ed ora, si fa strada nei luoghi concreti della nostra vita, anche nelle contraddizioni e nelle “periferie esistenziali” dei nostri cuori dispersi e disorientati.

Lo stile umile di Gesù

Il gesto evangelico di questa domenica è essenziale, quasi fragile. Gesù non entra cavalcando un destriero da guerra, ma un puledro lento, inadatto a un corteo regale. Eppure, proprio così, rivela la sua identità: un Re che non conquista, un Salvatore che offre la salvezza come servizio. Come ricorda un autore spirituale: «Dio sceglie l’umiltà perché è l’unico luogo in cui l’uomo smette di difendersi e permette alla Grazia di operare». Il Signore entra dove il cuore smette di costruire barriere e si apre all’accoglienza. Gesù nasce umile, vive in umiltà, entra a Gerusalemme con passo mite e umile, come il suo cuore, muore nell’umiltà di un fallimento totale. Gesù, come diceva Sant’Ambrogio, “è l’archetipo dell’umiltà”. Questo brano di Vangelo ci invita dunque a mettere al centro la dimensione spirituale dell’umiltà, quasi a ricordare che essa è la condizione necessaria per una vita cristiana autentica e di conseguenza, di uno stile evangelico di servire. Oggi l’umiltà è bistrattata e mal compresa, eppure nei primi secoli del cristianesimo era la prima e necessaria condizione per essere un autentico cristiano. L’umiltà non solo apre a Dio, ma ci fa anche rivestire di Cristo, il Dio umiliato.

“Il Signore ne ha bisogno”

Il Vangelo di Matteo consegna a ciascuno di noi una frase apparentemente semplice: «Il Signore ne ha bisogno». Pronunciata nel contesto concreto della richiesta di un puledro, questa frase rivela una profondità teologica straordinaria: Dio agisce nella storia attraverso relazioni e collaborazioni concrete. Il proprietario del puledro accetta di prestarlo, riconoscendo l’autorevolezza dell’inviato. Così si apre la scena a un principio fondamentale del Vangelo: il Regno di Dio cresce nella comunione, nella concordia, nella condivisione, attraverso la collaborazione fraterna e l’impegno umile di ciascuno. Sant’Agostino ci ricorda: «Dio, che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te». La salvezza non è una magia che piove dall’alto, ma una storia d’amore che Dio scrive insieme a noi. Non nasce nella città se la città non apre varchi, non entra nella vita se la vita non offre spazi, anche piccoli e imperfetti. La frase evangelica diventa allora una domanda personale: c’è qualcosa della mia vita che posso mettere a disposizione? Il Signore «ha bisogno», e il nostro sì concretizza questa necessità. L’Avvento, quindi, non è solo attesa, ma collaborazione responsabile al progetto di Dio.

Un invito alla concretezza

Il Vangelo di questa domenica invita ciascuno di noi e la comunità cristiana a non essere spettatrice. Nella tradizione Ambrosiana, il richiamo è semplice e urgente: lasciare che il Verbo nasca dove ci facciamo “luogo”, anche se fragile, piccolo o prestato. La Grazia di Dio chiede il tuo “sì”, domanda disponibilità, cura. La provocazione che scaturisce da questa pagina di Vangelo per ciascuno è concreta: c’è un “puledro”, immagine di ciò che possiamo mettere a disposizione per servire Gesù? Un frammento di esistenza, una manciata del nostro tempo, che il Signore può usare per entrare, avvicinarsi e portare pace in un mondo segnato da conflitti e divisioni. La folla che acclama “Osanna” e stende mantelli e rami rappresenta le nostre buone intenzioni: entusiastiche ma fragili. Il Messia si appoggia invece sulla fedeltà discreta di chi accetta di lasciarsi trasformare. La fede non è sentimento passeggero, ma scelta quotidiana, concreta e stabile.

Prepararsi al Natale con cuore libero

La IV Domenica di Avvento non ci prepara solo al Natale, ma ci insegna a riconoscere il Mistero di Dio che non teme le nostre città interiori, anche quando sono complicate o incoerenti come Gerusalemme. L’Avvento ci invita a lasciare che il Signore entri non dove siamo perfetti, ma dove siamo fragili e autentici. Prima ancora di un presepe ben disposto, ciò che Gesù attende è una porta socchiusa, un piccolo sì umile e concreto. Dio viene sempre con il passo leggero della mitezza e della tenerezza, in attesa di essere accolto. Ed è proprio questa attesa, la Sua e la nostra insieme, il cuore luminoso dell’Avvento.

Il vostro parroco,
don Giovanni

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