Nel cuore del mese di gennaio, quando la Chiesa rinnova il suo messaggio e il suo impegno costante per la pace con la Giornata Mondiale del 1° gennaio, il Vangelo di Luca 4,14-22, che la liturgia Ambrosiana ci consegna, offre un quadro sorprendentemente attuale. La scena è quella di Gesù che ritorna in Galilea “con la potenza dello Spirito” e si ferma nella sinagoga di Nazareth, il suo villaggio. Qui proclama un testo di Isaia che diventerà la sintesi della sua missione: portare buona notizia ai poveri, liberazione ai prigionieri, vista ai ciechi e libertà agli oppressi. Un manifesto di liberazione profondamente umano, Cristo è venuto a liberarci e a liberare il mondo dal peccato. In poche righe, il Vangelo fotografa le ferite che ancora oggi, duemila anni dopo, segnano il pianeta: ingiustizia, disuguaglianza, violenza, cecità morale e sociale. Ed è proprio questo legame tra il messaggio evangelico e l’attualità globale che inquadra l’inizio dell’anno ecclesiale.
Ogni 1° gennaio la Chiesa vive la giornata mondiale per la pace e ci ricorda che la costruzione della pace non è un’utopia ma un processo che richiede scelta, costanza e conversione. E nella pagina lucana c’è già il metodo: non una pace declamata, ma una pace radicata e fatta germogliare dal profondo di noi stessi. Mi vengono in mente le parole di Peguy “La paix est spirituelle ou elle n’est rien.» “La pace è spirituale, oppure non è nulla.” Si tratta di una frase tratta dalle Notes conjointes, e riflette bene il pensiero di questo grande pensatore cattolico: la pace non è semplice assenza di conflitto, ma un’opera interiore, radicata in una visione etica e spirituale dell’uomo. È una provocazione che scardina l’idea superficiale di pace come semplice tregua o come condizione ottenuta per inerzia. Péguy ricorda che la pace è una realtà esigente, radicata in un cambiamento profondo della persona e delle relazioni. Senza questo fondamento, resta un progetto vuoto.
Le nostre comunità parrocchiali hanno una grande responsabilità nel “mettere in circolo” la vita spirituale, il messaggio evangelico delle Beatitudini, “beati i costruttori di pace”. Quasi mi viene da dire che più una comunità cristiana forma davvero alla crescita spirituale, all’incontro con Dio e più prepara la realtà a costruire un progetto di pace vera.
Nel racconto evangelico colpisce la reazione iniziale dei presenti: “Gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. L’attesa è alta, quasi sospesa. E Gesù, lontano da ogni retorica, afferma: “Oggi si è compiuta questa Scrittura”. Non “si compirà”, non “potrebbe compiersi”, ma oggi: un avverbio che nel linguaggio biblico non indica solo il tempo, ma la responsabilità. L’oggi della pace è sempre adesso, non domani.
In un mondo attraversato da conflitti armati, migrazioni forzate, crisi geopolitiche e nuove sfide economiche, l’annuncio di Nazareth si presenta come un invito a guardare la realtà con lucidità e coraggio. La pace, suggerisce il Vangelo, nasce dove la dignità delle persone è restituita, dove le periferie non sono ignorate e dove la dimensione politica si esprime come servizio.
Per la comunità ecclesiale, gennaio diventa così un laboratorio: riflettere, pregare, proporre iniziative educative, sociali e culturali che rispondano alle urgenze del tempo. Ma il Vangelo di questa domenica indica che non basta: occorre che ogni credente si lasci interpellare, perché la pace non è mai solo tema di conferenze internazionali o messaggi papali; è scelta quotidiana, personale. In fondo, Nazareth non era un centro politico né un crocevia di potere: era un villaggio periferico. È da qui che parte il messaggio capace di cambiare la storia. Ed è proprio nelle nostre “Nazareth” quotidiane — famiglie, luoghi di lavoro, la nostra comunità cristiana — che il seme della pace può realmente germogliare.
Gennaio ricorda al mondo che la pace si costruisce passo dopo passo. Il Vangelo ricorda ad ogni credente che quel passo inizia sempre da un “oggi” che non si può rimandare.
Il vostro parroco,
don Giovanni