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Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo | Vallecrosia 2026

Ci sono giorni che non servono a “staccare”, ma a tornare a rimettere al centro l’essenziale. La vacanza vissuta dal 3 al 5 gennaio con adolescenti e 18/19enni è stata questo: un tempo semplice e intenso per fermarsi, fare silenzio e prendere sul serio ciò che ciascuno porta nel cuore. Non un’esperienza per evadere dalla vita, ma un’occasione per guardarla più da vicino.

Il titolo scelto, «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo», ha accompagnato l’intero cammino. È la frase di Mosè davanti al roveto ardente, prima ancora che Dio parli. Un movimento umano, elementare: avvicinarsi, non scappare, lasciarsi provocare da ciò che accade.

Il 3 gennaio una testimonianza ha aperto il lavoro comune, aiutando i ragazzi a prendere coscienza del proprio desiderio. Non una lezione, ma un invito a guardare in faccia la propria vita così com’è. La testimonianza di Roberta e Damiano, una famiglia come tante con quattro figli, ha mostrato come la straordinarietà non sia altrove, ma possa abitare il quotidiano. La vita, con le sue fatiche e le sue relazioni, diventa il luogo in cui riconoscere la presenza di un Altro che accade. Da qui sono nate domande vere, personali, che hanno toccato ciascuno.

Nel pomeriggio della domenica, la visita a Ventimiglia e alla chiesa di Sant’Agostino ha dato profondità a quanto vissuto. La testimonianza di Don Ferruccio sul santo di Ippona ha aiutato a rileggere l’esperienza come espressione di un desiderio che attraversa tutta la vita. Sant’Agostino invita a interrogare la bellezza della realtà — la terra, il mare, il cielo — perché tutto parla. Non per evadere dal mondo, ma per abitarlo fino in fondo, riconoscendo che la bellezza mutevole rimanda a una Bellezza più grande. Non dobbiamo censurare l’impeto di pienezza che abita il cuore: è il segno di ciò per cui siamo fatti.

Questo filo ha attraversato anche l’assemblea conclusiva, intensa e carica di domande. Ne è emersa un’immagine semplice, quella del “gomito abbassato”. Vivere con il gomito alzato significa stare sempre sulla difensiva, proteggersi dalla realtà, arrivare alle cose già chiusi. Abbassare il gomito è un atto di libertà: scegliere di stare davanti a ciò che accade con gli occhi aperti. Così anche i momenti più normali — un pasto, una camminata, una chiacchierata — diventano più veri, non perché cambiano le circostanze, ma perché cambia la presenza.

Da qui è emerso anche il valore dell’amicizia: non come rifugio, ma come compagnia che aiuta a diventare se stessi. L’altro diventa interessante quando mi richiama a ciò che conta, quando “punta verso l’alto” e non riduce il desiderio. Non si può vivere senza sapere chi si è davvero; spesso è proprio uno sguardo amico a rendere possibile questa scoperta. In questo senso, l’incontro cristiano non aggiunge qualcosa dall’esterno, ma ridesta l’umano: quando incontro Cristo, mi riscopro uomo.

Non sono mancate le domande più faticose, soprattutto davanti al male e al dolore. Nessuna risposta facile: il male resta male, la morte resta morte. La risposta emersa non è stata una formula rassicurante, ma una sfida. L’esperienza di chi segue Cristo suggerisce che nessuna oscurità è esclusa dalla possibilità di una risurrezione. La scommessa non è l’ottimismo, ma la ricerca di una Presenza che attraversa anche il sacrificio.

A chiudere il cerchio è tornata la figura di Mosè davanti al roveto ardente. Prima che Dio parli, c’è un movimento umano: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo». Questo mondo ci vuole distratti, ordinati e tranquilli ma nel cuore dei giovani abita un impeto di grandezza. Dio ha bisogno che ognuno di noi si accorga di quel fuoco. La vocazione, allora, non è una chiamata rimandata a un futuro lontano, ma la risposta all’oggi. Mosè, un semplice pastore, viene inviato a sfidare un regno imponente. Dio non chiama i capaci, ma rende capaci coloro che chiama, a patto di non nascondere a se stessi il desiderio di cose grandi.

Federico Rossi

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