Il Vangelo di oggi ci consegna una scena sorprendente: Giovanni il Battista, il più saldo tra gli uomini, l’uomo del deserto, colui che ha indicato l’Agnello di Dio, ora è nella prigione del dubbio. Non dubita per debolezza morale, ma perché il Messia che vede non coincide con il Messia che si aspettava. E manda a chiedere: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”
Questa domanda è preziosa, perché è la domanda di ogni credente maturo. Non è la domanda di chi non conosce Cristo, ma di chi lo conosce e — proprio perché lo conosce — deve lasciarsi convertire da Lui e non cedere alla tentazione di adeguare Cristo “piegandolo” alle proprie attese.
La Prigione Necessaria
Quella in cui vive Giovanni il Battista è la prigione delle attese infrante: quando il Signore non fa ciò che pensiamo debba fare. È lì che nasce il dubbio, e genera un pensiero controverso, quello che “spacca” le false immagini di Dio.
Giovanni aveva predicato un Messia che separa, che “miete” e che giudica. Gesù invece guarisce, rialza, restituisce. Non elimina il male con la forza, ma con la mitezza umile e la misericordia.
Questo episodio del Vangelo mette in luce un aspetto che dovremmo imparare a considerare: una delle esperienze più serie della vita spirituale è scoprire che, prima ancora di credere nel Dio di Gesù Cristo, crediamo in un Dio che ci siamo costruiti. Non per malafede, nemmeno per ignoranza. Semplicemente perché il nostro cuore ferito, desideroso, fragile, proietta su Dio ciò che teme, ciò che gli manca e ciò che ha imparato a desiderare.
Come dice un autore spirituale: “l’uomo non può non farsi un’immagine di Dio: il problema non è avere un’immagine, ma restare attaccati a quella sbagliata”.
Le immagini ancestrali: Dio come potere, giudice, controllore
Il grande teologo Karl Rahner nei suoi scritti ha insistito spesso sul fatto che ogni immagine di Dio è una mediazione provvisoria, e che la rivelazione cristiana ci libera dall’idolatria delle nostre rappresentazioni. «Dio non è la proiezione dei nostri desideri, né il garante dei nostri timori: è il totalmente Altro, che supera ogni nostra immagine.»
In un suo testo molto famoso “I funzionari di Dio” il teologo e psicoterapeuta Eugene Drewermann diceva: «Molte persone non rifiutano affatto Dio: rifiutano l’immagine distorta e minacciosa che è stata posta su Dio.»
Anche il Cardinal Carlo Maria Martini molte volte nelle sue meditazioni ha messo a fuoco questo tema delle false immagini di Dio, ricordandoci che queste immagini non sono il vero Dio del Vangelo, ma “ombre” che derivano dall’infanzia, dalle paure, dall’educazione rigida o da culture religiose primitive.
Il lavoro spirituale consiste nel purificare queste immagini per arrivare al Dio di Gesù Cristo: misericordioso, libero e liberante. Dobbiamo riconoscere queste immagini distorte di Dio e liberarcene per la salute della nostra vita spirituale. In ognuno di noi abitano immagini arcaiche, quasi istintive:
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Un Dio giudice: severo, che misura, che pesa, che osserva dall’alto e punisce;
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Un Dio controllore: che pretende, che esige, che controlla sempre ogni cosa; che ti ama solo se fai; che registra meriti e colpe come un contabile.
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Un Dio-ideale di perfezione: che non sopporta la tua lentezza, le fragilità, i tuoi limiti, i tuoi fallimenti;
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Un Dio severo e distante: che non si sporca, non entra in gioco, non tocca;
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Un Dio-soccorso immediato: che dovrebbe intervenire come noi immaginiamo, quando noi vogliamo e come noi vogliamo.
Queste immagini che ci troviamo dentro di Dio, non nascono dalla Rivelazione, ma da paure infantili, da un sistema di difesa, da ferite familiari, da fattori culturali, da ciò che abbiamo visto fare agli adulti, e che confondiamo con Dio. Sono immagini “ancestrali” che ci portiamo nel DNA spirituale, e che diventano come un filtro che deforma perfino la Parola di Dio, fino a farcela diventare un peso anziché una liberazione.
Gesù non è venuto solo a rivelarci il vero volto di Dio, è venuto anche a demolire le false immagini che c’impediscono di incontrarlo davvero. Perché la verità è questa: noi non rifiutiamo Dio; rifiutiamo le immagini sbagliate di Dio.
Quando nella pericope evangelica di questa terza domenica di Avvento, Giovanni invia i discepoli a chiedere: “Sei tu colui che deve venire?”, in realtà sta interrogando la propria immagine di Messia.
Gesù risponde con la realtà
Come risponde Gesù al dubbio che i messaggeri del Battista gli consegnano? Non fa un discorso, indica i fatti: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i poveri sono evangelizzati.
Come ci ricorda un autore spirituale, il Vangelo di questa Domenica ci mostra che “Dio non ti convince con le idee, ma con la vita che ti restituisce”. La risposta di Gesù non è un ragionamento, ma un mondo nuovo che sta già accadendo, devi solo volerlo guardare, cogliere i germogli del Regno che silenziosamente avanzano tenaci. Gesù rimanda alla realtà, luogo teologico della presenza e dell’opera di Dio.
Questo Avvento c’insegni uno sguardo profondo sulla realtà, uno sguardo capace di stupirsi per le tracce della presenza d’Amore di Dio. La nostra spiritualità cristiana sia sempre incarnata nella realtà, luogo dove il Signore si aspetta anche la nostra testimonianza, la nostra ricerca umile del desiderio di Lui.
Beato chi non si scandalizza
E qui arriva la frase che taglia come un bisturi: “Beato colui che non si scandalizza di me”.
Il vero scandalo è scoprire che Gesù non combacia con le nostre aspettative religiose e spirituali, con le nostre idee, con i concetti interiori che ci siamo creati di Dio, a nostra immagine e somiglianza. Sant’Agostino dice con radicale semplicità: «Se credi ciò che ti piace del Vangelo e rifiuti ciò che non ti piace, non è il Vangelo che credi, ma te stesso.»
Le immagini false di Dio sono esattamente questo: una fede in noi stessi, non in Dio. Una fede a nostra misura, dove il criterio sono io. Per questo la conversione è un atto di umiltà: lasciare che Dio sia Dio, e non l’immagine che ci siamo costruiti. Il Mistero di Dio che si rivela attraverso Cristo, ci spiazza, non si adegua alle nostre logiche.
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È un Messia che non salva con la potenza, ma con la vulnerabilità.
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È un Re che non si impone, ma si espone mediante un Amore umile e mite.
E quando Dio non coincide con ciò che vogliamo, può nascere il rifiuto. Oppure, ed è l’opera della Grazia, può nascere la fede autentica e consapevole. Una fede disposta a lasciarsi trasfigurare, rinnovare da Dio!
Sant’Agostino legge così la domanda del Battista: «Giovanni non dubitava per sé, ma per noi: voleva indicarci in Cristo non un liberatore terreno, ma colui che libera veramente».
Giovanni, quindi, non crolla sotto il peso dei suoi dubbi: ci educa, cercando con umiltà la Verità fino in fondo, mettendosi in gioco con e fidandosi di Gesù fino all’ultimo dubbio del cuore. Il Battista si è affidato, senza nascondere le sue perplessità, ma non ha trasformato in idoli le sue idee, le sue convinzioni, è rimasto servitore della Verità. Ecco la grandezza di Giovanni il Battista: ci insegna la via del discepolo che accetta che il Messia sia diverso da ciò che immaginava.
I piccoli che si lasciano convertire
Gesù conclude dicendo che tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni, e tuttavia il più piccolo nel Regno è più grande di lui. La grandezza del Regno non è questione di forza, ma di docilità. I piccoli sono quelli che non hanno bisogno di un Dio a propria immagine. Sono liberi di riconoscerlo quando passa, anche se passa in modo umile, quotidiano, disarmante.
Cari Parrocchiani, il Vangelo oggi ci chiede la stessa libertà di Giovanni: lasciare che Cristo sia Cristo, e non l’idea che abbiamo voluto farci di Lui e che ci farebbe comodo.
Quando permettiamo a Gesù Cristo di smontare le immagini false, succede qualcosa di sorprendente:
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La fede diventa relazione liberante con Dio e non dovere.
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La preghiera diventa incontro che mi trasfigura, non prestazione o peggio ancora schema abitudinario da assecondare per forza d’inerzia.
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La vita spirituale diventa un cammino di figli liberi, non di servi spaventati e intenti per paura a sotterrare il dono ricevuto.
Allora comprendiamo quanto è importante far crescere la nostra fede personale, “frequentando” personalmente le pagine del Vangelo, approfondendo le parole del Vangelo, perché in quelle pagine troviamo il vero volto di Cristo e il vero volto del Padre che Egli ci ha rivelato.
Come dice un autore spirituale: “La vita spirituale non è altro che lasciare che Dio ci liberi da tutte le idee sbagliate che abbiamo su di Lui, per farci entrare nella gioia di essere amati per davvero.”
Tutti noi possiamo avere immagini distorte di Dio. Non dobbiamo temere di scoprirle: sono il deserto in cui ascoltiamo la voce del vero Dio.
Lasciamo che Cristo continui a liberarci da un Messia immaginario, per consegnarci il volto vero del Padre: un Dio che non pesa, non pretende, non schiaccia, ma guarisce, libera, e rialza. Solo quando le nostre immagini cadono, finalmente Lui può entrare con la Sua Verità.
La fede matura non pretende che Dio cambi; accetta di cambiare davanti a Dio.
Chiediamo la grazia di non scandalizzarci della sua mitezza e della sua umiltà. Impariamo a riconoscere i segni della sua presenza, anche se non corrispondono sempre a come noi ce li aspetteremmo. E camminiamo sulla via della piccolezza, con i poveri in spirito delle Beatitudini, per diventare discepoli che si lasciano guidare dallo Spirito di Cristo.
Il vostro parroco,
don Giovanni