La pagina di Vangelo, che la liturgia Ambrosiana ci consegna nella penultima domenica dopo l’Epifania, mette a fuoco una scena che nello stesso tempo inquieta e libera: una donna colta in adulterio, trascinata davanti a Gesù come prova vivente di colpa, esposta allo sguardo pubblico e alla durezza della legge.
Attorno a lei, uomini pronti a giudicare; davanti a lei, Gesù, il Maestro che sceglie di chinarsi, di scrivere sulla terra, di sospendere il verdetto che tutti si aspettano da lui.
Il tema centrale di questa pagina evangelica è chiaro: Dio non nega la verità del peccato, ma rifiuta la logica della condanna. Gesù non giustifica l’errore, il peccato, ma salva la persona.
Non banalizza il male, ma spezza il circolo della violenza morale intorno a questa donna.
Con una sola frase, “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra”, smaschera l’ipocrisia e restituisce dignità all’essere umano ferito.
Il silenzio rispettoso di Gesù di fronte alla debolezza, al peccato, al dolore di una vita messa in piazza ha molto da dire anche oggi per tutti.
Questa pagina di Vangelo non parla solo di una donna del passato. Parla di noi, oggi.
Uno specchio per il credente
Ogni credente si trova, prima o poi, in una delle posizioni di questo racconto: accusatore, peccatore, spettatore silenzioso o persona bisognosa di misericordia.
Il Vangelo ci chiede di riconoscere quanto facilmente trasformiamo la religione in tribunale, una certa idea di morale in arma per ferire, la verità in strumento di esclusione.
Gesù, invece, inaugura un’altra via: la verità che libera senza umiliare. Alla donna non dice: “Non hai sbagliato”, ma neppure: “Sei il tuo errore”.
Le apre un futuro: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”. Misericordia e responsabilità camminano insieme. Perdono e conversione si abbracciano.
Per il nostro cammino personale di fede, questo significa imparare a guardare se stessi con sincerità ma senza disperazione; riconoscere i propri limiti senza cedere al senso di colpa sterile; accogliere il perdono di Dio come forza di rinascita concreta, energia che rigenera.
Una parola per la vita reale
In un tempo segnato da giudizi rapidi, chiacchiericci superficiali, gogna mediatica, polarizzazioni e condanne sui social e nella vita quotidiana, il gesto di Gesù appare sorprendentemente capace di parlare anche per il nostro tempo.
Scrivere sulla sabbia è un invito a rallentare, a non reagire d’impulso, a lasciare spazio al silenzio e alla coscienza.
Il Vangelo interpella certi atteggiamenti della nostra società: vogliamo essere una comunità che lancia pietre o che apre strade di riscatto, processi di rigenerazione?
Vogliamo edificare una Comunità cristiana che cataloga impietosa gli errori o una Comunità di fede che accompagna con rispetto percorsi di guarigione?
Un messaggio alla comunità cristiana
Cari Parrocchiani, questa pagina di Vangelo consegna alla vita della nostra Comunità di battezzati una missione chiara: custodire la verità senza perdere la compassione.
Essere fedeli al Vangelo non significa irrigidirsi, ma rendere visibile il volto di un Dio che salva prima di giudicare, che chiama alla conversione senza schiacciare.
Questa pagina c’invita a vigilare sui nostri giudizi facili, lo so è una dura battaglia contro noi stessi, contro un certo clima culturale che ci spinge a giudicare con facilità, qualche volta con arroganza, senza empatia e comprensione per gli altri.
In realtà, come dice un autore spirituale, “siamo noi che ci esponiamo al giudizio, alla condanna e all’accusa quando accettiamo di entrare nella dinamica del giudicare.”
Questa frase mette a nudo un punto centrale del Vangelo: il giudizio sugli altri non ci rende giusti, ma ci imprigiona.
Non è solo un errore morale, ma una dinamica spirituale che allontana dalla misericordia di Dio e dalla libertà interiore.
Giudicare non significa esprimere un parere o formulare una valutazione responsabile, ma assumere un atteggiamento interiore di superiorità che chiude l’altro in un’etichetta, lo riduce al suo errore e si sostituisce al ruolo di Dio.
Il giudizio, in questo senso, non cerca la verità per amare meglio, ma per affermare se stessi e prendere distanza dall’altro, se non addirittura per abbatterlo.
In altre parole, il problema non è avere un’opinione, ma quando l’opinione diventa una sentenza, quando smette di essere discernimento e si trasforma in condanna, togliendo all’altro la possibilità di cambiare e a noi la possibilità di misericordia.
Una comunità cristiana matura e veramente fondata sulla Parola del Vangelo non parte dalla presunzione di essere migliore, ma dalla consapevolezza di essere un insieme di persone ferite e in cammino.
Molte volte penso che il giudizio facile e costante sugli altri sia spesso una difesa dalla paura di guardare alle proprie ombre.
Coltivare l’umiltà significa creare spazi in cui non ci si presenta come perfetti, ma come bisognosi della Grazia.
Qualcuno potrebbe dire: “ma la comunità ha il dovere di discernere”. Sottoscrivo, sante parole!
Vorrei ricordare però che il discernimento serve a far crescere le persone, il giudizio serve a metterle a distanza.
Una comunità cristiana si chiede: “Questo che sto dicendo aiuta l’altro a vivere meglio, o mi serve solo per sentirmi nel giusto?”
Ricordiamoci sempre che giudicare allontana, relazionarsi avvicina.
Infatti il giudizio trasforma l’altro in un oggetto; la relazione lo riconosce come mistero.
Fuggire la tentazione di giudicare significa scegliere di restare in rapporto, anche quando è scomodo, lento, faticoso.
Aiutiamoci tutti insieme a non diventare comunità giudicante che allontana e ferisce.
La comunità cristiana è chiamata a diventare spazio sicuro per chi è caduto, luogo di rinascita per chi si sente perduto, casa in cui nessuno è definito dal proprio errore, dalla propria fragilità o inadeguatezza ma dalla possibilità di ricominciare.
In fondo, il cuore di questo brano è una promessa: nessuna vita è definitivamente condannata quando incontra lo sguardo misericordioso di Cristo.
Il vostro parroco,
don Giovanni