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Non lasciare eredi, ma un’eredità

Qualche settimana fa abbiamo incontrato Fausto, direttore della Fondazione Aquilone, una realtà nata alla fine degli anni Novanta nel solco della comunità cristiana di Bruzzano, spinta dalla visione profetica di don Egidio Casalone. Una fondazione cresciuta per dare risposte concrete alla fragilità, partendo dalla comunità e rimanendo dentro la comunità.

Ma la storia di Fausto parte altrove, come ci ha raccontato: dagli studi in informatica, dal lavoro in azienda, dalla sensazione crescente che la vita professionale stesse correndo su binari paralleli rispetto all’esperienza personale e spirituale. Poi un giorno un invito inatteso a insegnare all’interno del Don Gnocchi, con ragazzi con disabilità, provoca un cambio radicale, una scelta che modifica il modo di guardare alla vita, al lavoro, al senso delle cose.

Una scelta che lo porta, nel tempo, a diventare il volto che prosegue il cammino tracciato da don Egidio. Lo fa con una consapevolezza: non essere erede di un carisma, ma custode di una eredità. Una fondazione non è un monumento al passato, ma uno spazio vivo che sa interrogarsi, crescere, aprire strade nuove.

Non lasciare eredi, ma eredità

“Don Egidio non ha lasciato un erede, ma un’eredità”: è la frase che Fausto ripete con convinzione. Perché è facile cercare qualcuno che replichi un modello, più difficile è costruire un percorso che renda quel modello condivisibile, trasmissibile, generativo.

Questa è la domanda che ha posto a ciascuno di noi: nella vita quotidiana, nel nostro lavoro, nelle relazioni, stiamo lasciando una traccia? Stiamo testimoniando qualcosa che possa germogliare anche dopo di noi?

Il lavoro come luogo di testimonianza

È stato forse il passaggio più intenso e provocatorio dell’incontro: Fausto ci ha chiesto di interrogarci sul lavoro come spazio di fede incarnata. Non si tratta, ha detto, di scegliere tutti lavori nel sociale. Anzi: sarebbe un danno se i cristiani fossero presenti solo lì.

La vera domanda è: in qualsiasi contesto lavorativo io mi trovi, sto contribuendo a coltivare e custodire il giardino che Dio ha affidato all’umanità? Sto trattando le persone come fini, o solo come mezzi? Ricordo che l’altro è sempre un volto, non una funzione?

E così, nel dialogo che è seguito, ognuno ha raccontato un frammento della propria esperienza: il cliente chiamato per nome, il tempo in più dato a una mamma in difficoltà, il coraggio di cambiare lavoro per dare senso alla propria giornata, l’importanza di restare accanto anche quando ci si sente incapaci.

Fragilità, disabilità, comunità

Molto spazio è stato dedicato a un tema che ci tocca da vicino: lo sguardo sulla disabilità. Fausto ha raccontato le storie incontrate, le fatiche e le ingiustizie, ma anche le possibilità di cambiamento che una comunità può offrire.

“La disabilità è più sopportabile quando non ci si trova da soli ad affrontarla”: questa è forse la frase che più ha toccato il cuore. Siamo chiamati a costruire comunità inclusive, capaci di progettualità vera, non solo di gesti simbolici. Di creare spazi in cui ciascuno possa essere accolto con la propria misura, non per quello che manca ma per ciò che può dare.

Una mamma, presente all’incontro, ha raccontato con sincerità e dolore la solitudine vissuta nella propria esperienza. E in quel racconto ci siamo sentiti tutti interrogati: siamo comunità capaci di accogliere, di accompagnare, di coinvolgere davvero?

Coltivare e custodire

Alla fine dell’incontro, ci siamo portati via non solo tante parole belle, ma anche domande vere. La più profonda, forse, è questa: sto lasciando una eredità? Sto incarnando l’accoglienza, l’ascolto, la relazione? O mi limito ad agire, senza fermarmi a guardare l’altro?

Grazie a Fausto per averci raccontato senza retorica il suo cammino, le sue scelte, le sue ferite. E grazie per averci ricordato che la cosa più rivoluzionaria che possiamo fare oggi è guardare davvero. Perché ogni incontro può diventare un’eredità.

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