Il Vangelo che mette in crisi il nostro modo di vivere
«Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà; chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33)
Ci sono frasi del Vangelo che non si lasciano archiviare tra le citazioni edificanti, perché hanno la cattiva abitudine di bussare alla porta proprio quando abbiamo costruito le serrature più sofisticate per non far entrare nessuno.
Questa, ad esempio, non parla soltanto di una fine dei tempi lontana e nebulosa, ma di un presente molto concreto: quello in cui ciascuno di noi tenta, con tutte le buone ragioni del mondo, di salvare la propria piccola porzione di vita.
Salvare la vita, oggi, significa spesso proteggerla. Difenderla. Metterla al riparo dalle ferite, dalle delusioni, dalle richieste degli altri. Anche dalle sorprese di Dio, che raramente si presenta con prenotazione.
E così si costruiscono esistenze ordinate, precise, ma un po’ sigillate. Relazioni corrette, ma poco rischiose. Cammini di fede sinceri, ma prudenti.
Eppure il Vangelo insiste: la vita si salva solo quando smette di essere trattenuta con le mani chiuse. Non quando la si disperde, ma quando si offre. Quando si accetta di non essere proprietari della propria storia, ma custodi provvisori di un dono che non ci appartiene completamente.
È un paradosso che disorienta, perché va contro l’istinto più antico: quello di trattenere, assicurare, controllare.
Un giovane sacerdote come dono
Dentro questo orizzonte che il Vangelo di questa domenica ci consegna si colloca anche un passaggio semplice e concreto della vita delle nostre comunità: l’arrivo di un giovane sacerdote, inviato dall’Arcivescovo Delpini.
Non conosciamo ancora il suo nome, ma già lo immaginiamo carico di attese e, forse, di timori.
Giovane non significa incompiuto, ma consegnato a un cammino. Non significa inesperto nel senso spirituale del termine, perché l’ordinazione non è un traguardo umano, ma un inizio sacramentale: una vita che viene posta nelle mani di Dio per essere spesa tra le mani degli uomini.
E qui il Vangelo di oggi diventa criterio anche per la comunità che lo accoglie.
Anche le comunità possono infatti cercare di “salvare la propria vita”: le proprie abitudini, il proprio stile, i propri equilibri consolidati. Possono accogliere un prete come qualcuno che deve semplicemente adattarsi, più che come un fratello con cui iniziare un tratto nuovo di strada.
Il presbiterio: una fraternità reale
Ogni volta che arriva un nuovo sacerdote, non arriva mai davvero “uno da solo”.
Arriva una storia, una vocazione, un carattere, un modo personale di pregare e di guardare il mondo.
Ma appena varca la soglia della vita presbiterale smette di essere un’isola e diventa parte di un arcipelago: il presbiterio.
È questo, in fondo, ciò che Monsignor Valagussa, Vicario Episcopale per la formazione del clero, ha voluto ricordare parlando al nostro Consiglio Pastorale Parrocchiale: il prete non è un viaggiatore solitario con una missione privata, ma un uomo che entra dentro una fraternità imperfetta e reale, fatta di età diverse, sensibilità diverse, fatiche condivise, discernimento condiviso e verifica reciproca.
Perché la fraternità tra sacerdoti non è un’idea poetica da convegno.
È la bellezza di una disciplina quotidiana: imparare a non sentirsi autosufficienti, accettare di essere aiutati e, a volte, anche sopportati, senza perdere la propria identità ma dentro il fascino di una chiamata comune.
Forse la cosa più difficile è proprio questa: capire che non si è chiamati a “fare da soli”, ma a “stare insieme”, dentro una storia comune che non elimina le differenze, ma le tiene unite. Come una corda fatta di fili diversi: se uno si spezza, gli altri reggono.
Camminare insieme nella differenza
Sono convinto che il presbiterio parrocchiale sia proprio questo: una fraternità concreta, non soltanto organizzativa.
Un luogo in cui sacerdoti diversi per età, sensibilità ed esperienze sono chiamati a camminare insieme, ciascuno nel servizio specifico che il Vescovo gli ha affidato.
Non si tratta di uniformarsi, né di diventare copie gli uni degli altri, ma di riconoscere e valorizzare le differenze come parte di un’unica missione condivisa.
Dentro questa dinamica, il cammino comune si costruisce nella stima reciproca, nel confronto sincero e nella consultazione fraterna.
La vita presbiterale si sostiene quando si impara a lasciare spazio all’altro: non per perdere qualcosa di sé, ma per fare spazio a una comunione più grande, dove ciascuno può contribuire con il proprio ruolo e il proprio dono.
Una comunità chiamata ad accogliere
Il giovane sacerdote che arriverà non sarà un “assistente” delle nostre consuetudini, ma un dono che chiede spazio.
E proprio perché giovane, avrà bisogno di una vicinanza che non sia né paternalismo né distanza.
Avrà bisogno di confratelli che non lo mettano alla prova per vedere se “regge”, ma che lo accompagnino perché possa crescere dentro il ministero, senza essere lasciato solo nei passaggi che contano.
E la comunità?
Anche la comunità è chiamata a un piccolo esodo interiore.
A non chiedere subito di essere confermata in tutto ciò che già conosce.
A non misurare il nuovo prete sulla base della somiglianza con i precedenti, ma sulla capacità di riconoscere in lui una presenza che viene da altrove.
Perché ogni sacerdote, prima di essere “nostro”, è della Chiesa. E prima ancora, è di Dio.
Imparare a lasciar andare
Forse è qui che il Vangelo di Luca si fa più provocatorio: non nel parlare della fine del mondo, ma nel mettere in crisi il nostro modo di stare nel presente.
Perché ogni volta che tratteniamo troppo la vita, la impoveriamo.
E ogni volta che la affidiamo, la lasciamo respirare.
Accogliere un giovane prete, allora, non è un atto amministrativo né un semplice passaggio di consegne.
È un esercizio spirituale comunitario.
È un modo concreto di imparare che la vita della Chiesa non si salva proteggendola, ma condividendola.
E che il ministero ordinato, proprio perché nasce da un sacramento, non appartiene mai del tutto a chi lo riceve, ma sempre a una comunione più grande che lo precede e lo sostiene.
Così, mentre attendiamo il suo nome, forse vale la pena attendere anche qualcos’altro: un cuore comunitario un po’ più libero, un po’ meno trattenuto, un po’ più disposto a fidarsi.
Perché la vita, ci ricorda il Vangelo, non si salva trattenendola.
Si salva lasciandola andare, fino a farla diventare incontro.
Il vostro parroco,
don Giovanni